Laboratorio della Rinascita: il Centro Italia, dopo il sisma, alza la testa con le sue eccellenze enogastronomiche

Aula Magna Università La Sapienza

La Forza di Rinascere Convegno

 

Si è svolto l’11 aprile, presso l’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma, il primo Convegno finalizzato alla promozione dei prodotti enogastronomici e i prodotti tipici dei territori colpiti dal sisma: “La Forza di Rinascere” riunisce gli “stati generali” del terremoto con il Laboratorio della Rinascita.

Dopo quasi due anni, dalla scossa che provocò danni irreparabili nel Centro Italia, nasce il Laboratorio della Rinascita, il Progetto che attraverso la valorizzazione dei prodotti tipici mira a l’incremento dei flussi turistici e la creazione di nuove opportunità di lavoro.

Ad aprire il Convegno è stata la Fanfara dell’Arma dei Carabinieri, emozionante entrata con il nostro inno nazionale. La partecipazione dei Sindaci e degli Assessori delle località colpite dal sisma hanno reso ancora più coinvolgente il concerto dei Carabinieri.

Fanfara dei carabinieri

Il Progetto è stato redatto dall’Associazione Alfa Fenice che insieme alla partecipazione del mondo universitario e delle Istituzioni, di esperti di marketing e di distribuzione, dei Sindaci e degli Amministratori locali, delle Regioni e delle Provincie, delle realtà locali, delle Associazioni di categorie e artigiani e produttori, accenderanno una macchina capace di dar valore al patrimonio naturalistico e artistico/culturale di cui questi territori sono espressione. L’obiettivo sarà incrementare il turismo attraverso i prodotti locali e le ricette regionali.

I Comuni colpiti potranno ripartire trovando in sè la forza di rinascere e la voglia di creare un nuovo futuro.

Durante il Convegno sono stati descritti gli step principali che caratterizzano il Progetto:

STUDIO E RICERCA:

  1. individuazione dei prodotti tipici di ogni territorio e creazione di un marchio “De.Co.” comunale e/o sovracomunale
  2. Valorizzare e promuovere i prodotti e individuare le caratteristiche in collaborazione con la Facoltà di Bioscienze e tecnologie agro-alimentari e ambientali dell’università degli Studi di Teramo e UNISG- l’università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.
  3. Analisi delle ricadute turistiche conseguenti alla valorizzazione dell’enogastronomia, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze del Turismo dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”

AZIONI E STRATEGIE DI MARKETING

  1. Creazione di una nuova piattaforma web che illustri nel dettaglio le caratteristiche dei territori e dei prodotti ad essi legati e ne consenta l’acquisto tramite il servizio di e-commerce.
  2. Sviluppo di un piano comunicativo e commerciale volto a far conoscere e promuovere i marchi e le valenze del territorio come elementi di eccellenza, anche attraverso ad eventi dedicati.
  3. Studio di fattibilità, per l’apertura a Roma e/o altre città italiane di alta valenza socio-economica, di uno spazio “ufficiale” destinato alla presentazione, vendita e degustazione dei prodotti.
  4. Ricerca di sponsors, pubblici e privati, per sostenere i costi della ricerca.

ALTRE AZIONI:

Per lo sviluppo del progetto ALFA FENICE coinvolgerà Enti pubblici e associazioni del settore:

Ministero dell’Agricoltura, Ministero delle Sviluppo Economico, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, INPS, INSTAT, Camera di Commercio, Coldiretti, Confagricoltura, Confartigianato, Confcommercio e altri organi specializzati.

Partners come: Rai, La 7, Mediaset, Sky, Slow Food, Eataly, Gambero Rosso, Giornali e Periodici, Testimonials, Radio.

SPICCHI SPECIALI: LA PIZZA SIMBOLO!

I pizzaioli facenti parte dell’Unione Pizzaioli Tradizionali e Ristoratori, per esprimere la propria solidarietà alle popolazioni colpite dal terremoto, hanno creato la pizza “Spicchi Speciali”, farcita con cinque triangoli di prodotti tipici locali delle regioni terremotate che partecipano al convegno: per ogni pizza venduta nei punti vendita dell’iniziativa verrà devoluto 1 euro al Laboratorio per la Rinascita! La pizza “Spicchi Speciali”, verrà farcita in 5 modi diversi: lo spicchio Campania vedrà protagonisti il Pomodoro San Marzano Dop, la Mozzarella di bufala campana Dop e basilico; lo spicchio Lazio avrà Fior di latte, guanciale soffritto, fave e pecorino; lo spicchio Umbria sarà caratterizzato dal prosciutto crudo di Norcia e Parmigiano Reggiano; lo spicchio Marche avrà funghi di Arquata del Tronto, fior di latte e pomodoro e lo spicchio Abruzzo sarà davvero speciale con il fior di latte Gran Sasso, lo Zafferano di Macelli, la ricotta di pecora grattugiata, maggiorana e timo della Majella.

Era presente anche Borbona con la partecipazione di Massimo Tocchio, Assessore al Comune di Borbona.

Sindaci e assessori sisma Irene Pivetti Convegno Sisma Pizza solidale sisma

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Insieme Armonico per IDIC 2018. Tanti auguri Maestro da Lazio Gourmand!

Insieme Armonico

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Umilmente abbiamo voluto aderire, umilmente abbiamo letto e eseguito alla lettera il piatto del Maestro Gualtiero Marchesi: “Insieme Armonico” per IDIC 2018, l’undicesima edizione della Giornata Internazionale della Cucina Italiana.

Perché il 19 marzo? Le precedenti edizioni si sono svolte il 17 gennaio ma quest’anno il Maestro ci ha lasciato e la Fondazione Marchesi e l’IDIC hanno deciso di aspettare il giorno del suo 88mo compleanno per celebrare e omaggiare il suo ricordo.

Locandina LG per Insieme Armonico

 

Insieme Armonico

 

 

regionale

Tanti anni fa iniziai ad approfondire quella che già evidente era la passione per la cucina. Non c’era internet, questa meravigliosa porta aperta sul mondo, e cosi investivo parte dei miei primi guadagni in libri di cucina. Nientemeno che nel 1992 la “Ferrarelle” sponsorizzò una collana sulla Cucina Italiana del Maestro, fascicoli che raccoglievano le più importanti ricette delle nostre regioni. Le comprai tutte per avere il piacere di leggere le introduzioni del Maestro e le foto dei suoi eleganti piatti. Costavano 3500 lire e le ho ancora gelosamente riposte, con all’interno le foto di un Gualtiero Marchesi giovane e molto molto elegante! Per questo ho voluto aderire, per ricordarlo affettuosamente e perché “Insieme Armonico” racchiude una pagina importante per Lazio Gourmand, la pasta all’Amatriciana simbolo indiscusso della nostra regione.

sabrina tocchio

 

cucita4Anche per me il maestro Gualtiero Marchesi ha segnato in qualche modo la mia passione per la cucina italiana. Ricordo che acquistai fascicolo dopo fascicolo l’opera “La grande Cucina Italiana”, oltre venti anni fa, e fascicolo dopo fascicolo fu letto da me, durante il mio tragitto da pendolare per andare e tornare dal lavoro. E tornavo a casa con una gran voglia di provare, sperimentare… Ancora oggi l’Opera trova alta risonanza nella mia biblioteca e rimane un punto di riferimento fidato, amato…

Elena Castiglione

 

 

 

“Sul nero del piatto, ho versato la salsa maionese, spargendovi poi tocchetti di carote e piselli: un’insalata russa scorporata, di fatto, che mi ha consentito di realizzare una variazione di quei dripping nati quale omaggio a Pollock e divenuti nel tempo una delle espressioni privilegiate della mia ricerca formale e compositiva.” Sopra questa campitura ho ordinato quindi falde di merluzzo sfogliato. Il dripping ha assunto così le caratteristiche di un dripping materico, a tre dimensioni, lievitante verso l’alto, in un armonico contrappunto di volumi e di cromie. (G. Marchesi)
Due delle mie grandi passioni, arte e cibo, nella storia dell’arte sono spesso coniugate. Gualtiero Marchesi ha coniugato le arti visive e l’enogastronomia in una reinterpretazione in grado di soddisfare i palati più raffinati e l’occhio. Affermava che la cucina è una scienza basata sulla chimica e sulla fisica delle materie e il cuoco non deve far altro che trasformarla in arte, quando ne ha la capacità; e il maestro ne aveva molta, tanto da creare capolavori ispirati a grandi artisti quali Jackson Pollock, Lucio Fontana, Malevic e Piero Manzoni che hanno fatto storia nella cucina.
Come potrei non ricordare Gualtiero Marchesi?
                                                                                                                                                         Candida De Amicis

 

Tanti auguri Maestro!

da tutte noi di Laziogourmand

Sabrina Tocchio, Elena Castiglione, Candida de Amicis e Laura Becchis

Zuppa di broccoli

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Nella sezione di Acquacotta, Zuppa e Pane de “La Cucina Romana e del Lazio” di Livio Jannattoni, non è passata inosservata questa Zuppa di Broccoli. Che poi di zuppa ha poco, in quanto non “brodosa”, ma sicuramente si tratta di cucina povera con il pane raffermo o avanzato.

La mia curiosità, nei confronti di questa ricetta, è stata la presenza del succo di limone che dona freschezza al piatto e un gradevole profumo.

Ad accompagnare la ricetta, ho poi trovato sul libro una “chicca” del Belli (Giuseppe Gioachino Belli, poeta italiano che con i suoi 2279 sonetti raccolse la voce del popolo della Roma del XIX) ovvero come comportarsi a tavola! Quella che viene definita l’“aducazzione”.

Le creanze a tavola
Su er barbozzo dar piatto. Uh che capoccia!
Madonna mia, tenéteme le mane.
Sora golaccia, alò, maggnamo er pane,
presto, e ar cacio raschiamoje la coccia.
E adesso che protenne co sta boccia?
De pijà ‘na zarlacca? Er ciurlo cane!
Se n’è strozzate du’ fujette sane,
E mo’ se vò asciugà l’urtima goccia!
Be’, si avete più sete c’è la brocca.
Giù er bicchiere, e ignottite quer boccone, ché nun
se beve cor boccone in bocca.
Eh chiancica, te piji una saetta!
Nun inciaffà, ingordaccio buggiarone…
E la sarvietta’? porco; e la sarvietta’?
G.G. Belli

Non bere con il boccone in bocca, ma non trascurare nemmeno di accompagnare il companatico con il pane. Senza esagerare con il vino, se no la brocca dell’acqua che ci stava a fare? Usare la salvietta, e al tempo stesso non perdere di vista l’economia di casa. Come dimostra il risoluto richiamo a raschiare la “coccia” del formaggio.

Una specie di piccolo galateo, se non l’osservi rischi di essere bollato come “golaccia” o addirittura “sgargarozzone”. Anche noi siamo stati spesso retarguiti dai nostri genitori con appellativi coloriti a tavola. Da ragazzi vivaci, insofferenti e smaniosi sceglievamo o scartavamo alcuni cibi e spesso venivamo definiti “bocca di ciavatta” o addirittura, come si diceva allora “bocca di merda”!

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  • uno o due broccoli romaneschi
  • fette di pane casareccio
  • olio extravergine di oliva (monovarietale Itrana, Gaeta)
  • un limone
  • pepe e sale
Ingredienti per la zuppa di broccoli

 

preparazione

–  Dividere il broccolo in cimette, salvando anche le foglie più tenere, e risciacquando a lungo.

–  Intanto si metteranno a “bruscare” alcune fette di pane casareccio, che poi, stropicciate con l’aglio, si lasceranno in attesa sul fondo di una insalatiera.

– In una pentola con abbondante acqua si verseranno invece i broccoli quando l’acqua bolle. Pentola scoperta e fuoco allegro, facendo molta attenzione a non far “spappare” i broccoli.

– Tirata fuori la pentola dal fornello, si inumidiscono con un po’ d’acqua di cottura le fette di pane, poi ci si versano sopra i broccoli scolati. Vi si aggiunge sale, pepe a piacere, molto olio extravergine, e ci si spreme sopra un limone. Servire subito.

Ci credete se vi dico che è un piatto delizioso? Dovete provare: solo tre ingredienti per un piatto non solo buono ma anche bello da vedere!

 

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maccheroni con broccolo romanesco

Minestra di broccoli con l’arzilla

broccoli romaneschi cotti a crudo

Fritto di broccoli in pastella

Broccolo romanesco

Spaghettoni con la colatura di alici, ricetta tradizionale di Anzio

 

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Gli Spaghettoni con la colatura di alici, una ricetta buona e semplice della tradizione di Anzio, recuperata da Manaide, il laboratorio di conserve ittiche di Anzio.

La produzione della colatura di alici, ha origini lontane nel tempo. Vanta una nobile discendenza dal Garum, la salsa di pesce tanto amata dai Romani che Apicio, nel De re coquinaria, suggerisce in gran parte delle sue ricette, con la specifica funzione di salare le vivande.
La colatura nasce dal processo di maturazione delle alici sotto sale, metodo che i pescatori utilizzavano per conservare le alici, ricavandone anche un saporito condimento.
Sembra che la produzione della colatura di alici sia stata recuperata dalle sapienti mani dei monaci cistercensi Amalfitani. Gli abitanti di queste terre ne impararono poi la tecnica. L’antico procedimento, tramandato di padre in figlio dai pescatori di Cetara è tuttora seguito da molte famiglie del piccolo borgo della costa amalfitana. Nel 1700, con l’arrivo dei pescatori dal napoletano e dal basso Lazio, la pesca divenne stabile e nel piccolo borgo laziale si sviluppò una intensa attività di conservazione del pesce.

Le acciughe vengono pescate ancora usando il metodo secolare del “cianciolo” (rete e lampara), nei pressi della costiera amalfitana per la colatura di Cetara, nel triangolo Anzio Ponza Civitavecchia per quella di Anzio. Le acciughe vengono “scapezzate” (viene tolta la testa e eviscerate) a mano e dopo 24 ore di riposo sotto sale vengono sistemate nel “terzigno”, usando la tecnica “testa/coda“, alternate a strati di sale. Il contenitore viene poi coperto con il “tompagno“, un disco in legno, sul quale si collocano dei pesi, generalmente pietre marine. La pressione e la lenta maturazione delle acciughe fanno affiorare un liquido in superficie che sarà la base della colatura. Raccolto in contenitori e esposto al sole nei mesi successivi, maturerà e sarà pronto per la fase finale di produzione. Il liquido tornerà nuovamente nel “terzigno” con le acciughe in maturazione, attraverserà lentamente i vari strati arricchendosi di profumi e sapori, migliorando le caratteristiche organolettiche. Solo adesso potrà essere recuperato, con un attrezzo chiamato “vriale”, grazie ad un foro presente nella piccola botte e trasferito in un altro recipiente: il prezioso liquido dal colore ambrato e dal gusto deciso e di grande sapidità è pronto.

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E voi siete pronti per la ricetta degli Spaghettoni con la colatura di alici?
La scelta degli ingredienti in questo piatto  così semplice è fondamentale, la qualità dei pochi ingredienti necessari, faranno la differenza.
Ho scelto eccellenze del nostro territorio: Colatura di Alici di Anzio Manaide, salsa antica dallo straordinario profumo e dal sapore deciso; olio extravergine di oliva Olivastro Quattrociocchi e spaghettoni del pastificio artigianale LAGANO. Protagonista di questo piatto è la colatura di alici, l’olio e la pasta sono due importanti comprimari.

Rapida l’esecuzione, grande bontà e costi contenuti usando prodotti di grande qualità: 2,85 euro a porzione!

Spaghettoni con colatura di alici di Anzio

Ingredienti per 4 persone

g 400 di spaghettoni Lagano
g 40   di colatura di alici Manaide
g 60   di olio extra vergine di oliva Olivastro Quattrociocchi
2 spicchi di aglio
peperoncino
prezzemolo

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Cuocere gli spaghettoni in abbondante acqua non salata. In una ciotola mettere gli spicchi d’aglio schiacciati, un po’ di peperoncino tritato, la colatura d’alici, l’olio extravergine di oliva, un po’ di prezzemolo tritato ed emulsionare il preparato con una forchetta; aggiungere 3 o 4 cucchiai di acqua di cottura della pasta continuando ad emulsionare. Scolare la pasta al dente e versarla nella ciotola con il condimento e mantecare a crudo. Impiattare, aggiungere il prezzemolo precedentemente tritato e servire subito.

Manaide: ad Anzio una tradizione antica

Manaide:ad Anzio una tradizione antica

Manaide è un laboratorio artigianale di conserve di pesce che fa di sostenibilità, rispetto della biodiversità, recupero della tradizione antica, lavorazione artigianale e alta qualità i principi cardine.

Sono i primi di novembre ma la giornata è luminosa e tiepida, mi trovo ad Anzio, cittadina del litorale romano in cui per secoli, la pesca è stata la risorsa principale: il porto è poco distante, sono qui per incontrare Luigi Crescenzi, cofondatore di Manaide, imprenditore virtuoso che nel proprio lavoro mette non solo passione, ma anche intelligenza e lungimiranza, perchè opera secondo criteri etici e di sostenibilità ambientale.

Luigi mi racconta che c’è una tradizione storica anziate relativa alla conservazione del pesce, con radici antichissime. Risale al 1700, quando, con la costruzione del porto Innocenziano, ad Anzio arrivarono pescatori dal basso Lazio e dal napoletano e la pesca divenne una pesca stabile e annuale. Si usciva in mare con la manaide , una barca a remi con vela latina, munita di una lampada per attirare il pesce azzurro. La manaide era anche una rete da posta per la pesca del pesce azzurro. Questa rete aveva maglie di una larghezza sufficiente a far impigliare le alici, che dissanguavano direttamente in mare, facilitando la successiva salagione per conservare il pesce invenduto.

Il pesce conservato era la maggiore fonte proteica per l’inverno e in parte veniva venduto a Roma e in Ciociaria. Proprio la conservazione del pesce sotto sale divenne l’attività principale del paese e per il reperimento del sale, con il passaggio dallo Stato Pontificio al Regno d’Italia, ci furono numerose delibere del comune, che si faceva garante nei confronti dello Stato.

Nella metà del novecento questa tradizione antica si perde. Luigi decide di recuperarla “per affinità familiare– il nonno aveva lavorato sulle manaide -, per amore del mare e per scelta di vita”. Nel 2013 fonda Manaide, laboratorio artigianale di trasformazione di prodotti ittici, operando un forte cambiamento di vita: da manager nel settore della trasformazione di prodotti chimici a imprenditore attento alla valorizzazione della pesca sostenibile, della biodiversità, della tradizione, del territorio, della qualità, delle materie prime.
Dopo il recupero delle ricette antiche della tradizione il laboratorio di Luigi comincia con la produzione artigianale di alici sotto sale integrale raccolto a mano, colatura di alici, sconcigli in salamoia, poi la gamma si amplia con le telline, l’alalunga, lo sgombro occhione, la palamita, le lumachelle , i filetti di alici in olio extravergine di oliva.

Continuiamo a parlare e, mentre assaggio gli sconcigli, pescati con le nasse nel mare di Anzio e conservati in salamoia da Manaide, gradatamente, comprendo quali sono i principi fondanti di Manaide, oltre al recupero della tradizione.

Manaide ad Anzio una tradizione antica
Condividere e divulgare la passione per il mare, per la pesca sostenibile e per la biodiversità è un dovere verso le nuove generazioni” afferma Luigi.

Il mare è stato da sempre considerato una fonte inesauribile. Un tempo tutto “il Mediterraneo – da un report del WWF – possedeva una quantità di stock ittici superiore alle necessità, che supportava intere comunità e forniva un elemento chiave della famosa dieta salutare Mediterranea, (…) tutto il pescato proveniva dal mare antistante.”
Purtroppo non è più così, le risorse non sono illimitate, anzi, si sono impoverite in maniera allarmante. Nel Mediterraneo il 93% degli stock ittici sono a rischio, sia per la pesca eccessiva che per i metodi di pesca che attuano tecniche di cattura fortemente efficaci, e quindi non sostenibili, perché possono portare ad un calo eccessivo degli stock. Al contrario il pescato frutto del lavoro di piccole marinerie che operano su territori che conoscono e che hanno tutto l’interesse a preservare gli stock, è sostenibile. A questo si aggiunge che molto pesce viene ributtato in mare appena pescato perché non fa parte delle specie richieste dal consumatore; negli ultimi 30 anni la scelta da 60 specie si è ridotta a una sola decina.

Una inversione di rotta è quindi indispensabile per passare da una società che distrugge a una società che preserva. Ogni attore della filiera ha un ruolo determinante in questo cambiamento, anche il destinatario, il consumatore che deve prendere coscienza del proprio ruolo. Deve divenire consumatore consapevole, informandosi sull’origine del pesce che acquista, privilegiando il pescato locale; pretendendo che siano rispettate le taglie minime per permettere al pesce di riprodursi, scegliendo animali a ciclo vitale breve e tenendo conto della biodiversità. Non dobbiamo neanche dimenticare che esiste una stagionalità per i pesci e se si rispettano i tempi di riproduzione contribuiremo al ripopolamento ittico.

L’attenzione del consumatore sulla sicurezza alimentare ha portato informazione e innovazione in tutte le filiere agroalimentari. Si parla di kilometro zero, di origine degli alimenti: c’è da chiedersi perché tutto questo non viene applicato anche ai prodotti ittici. In enologia si parla di terroir, di come la zona geografica, la specificità del suolo, il clima, il fattore umano e culturale determino le caratteristiche del vino, perché non applicare questo concetto anche al pescato? Già Plinio raccontava che il polpo di Anzio era ritenuto il più buono dell’Antica Roma- continua Luigi-, gli sconcigli hanno dimensioni notevolmente maggiori se pescati in zone diverse anche se sempre all’interno del triangolo di pesca.
Per Luigi tutte queste non sono solo parole, sono regole, fatti, comportamenti. Luigi, nella sua seconda vita, come lui stesso ama definirla, ha messo in pratica tutto questo fondando Manaide.

Manaide ad Anzio una tradizione antica

Sostenibilità: Manaide trasforma i prodotti ittici  erroneamente  definiti “pesci poveri”, che invece sono ricchi di straordinarie qualità nutrizionali. Il pesce viene acquistato solo se ha raggiunto la taglia che ne ha garantito la riproduzione; proviene esclusivamente da pescatori che condividono i valori della sostenibilità, della qualità e del rispetto del lavoro delle persone.
Territorio:il pesce che arriva a Manaide proviene da una zona di pesca ben identificata: è il triangolo tra Anzio, isole pontine e Civitavecchia. Le aree Fao identificano invece delle macroaree.
Artigianalità e tradizione: il pesce arriva freschissimo- le alici quando sono freschissime hanno ancora il loro colore blu elettrico da cui deriva il nome “pesce azzurro”- ed è subito trasformato,  con tecnica di lavorazione artigianale e recuperata dalla tradizione locale. La conservazione si fa solo con sale e temperatura, nessuna aggiunta di conservanti.
Tracciabilità: su ogni confezione c’è un etichetta identificativa dell’imbarcazione, il cui equipaggio ha specifiche direttive per garantire l’integrità del prodotto.
Qualità:  i tempi ridotti tra la pesca e la lavorazione – il protocollo qualitativo interno prevede un massimo di di 6/8 ore – permettono di mantenere le eccellenti qualità organolettiche del pesce locale. Gli ingredienti usati per la lavorazione sono stati selezionati attentamente: il sale utilizzato è integrale raccolto a mano; l’olio extravergine di oliva biologico, è un fruttato leggero che esalta il sapore del prodotto. I contenitori di maturazione sono stati prodotti da artigiani che ancora utilizzano legno stagionato e tecniche antiche.
Stagionalità: La stessa specie ittica non è sempre disponibile, per questo Manaide ha ampliato la gamma di prodotti con pesce che si trova nei vari periodi dell’anno, come la palamita, il polpo, o gli sconcigli.
La Palamita, in olio extra vergine di oliva e sale integrale, è una specie migratoria, molto famosa sin dall’antichità: il famoso geografo Strabone narra che gran parte della ricchezza di Bisanzio,  derivava da questi pesci. Per questo motivo ero raffigurata sulle monete dell’epoca. Lo sconciglio, o murice, in salamoia, è un mollusco gasteropode che con le sue secrzioni forniva la porpora, sostanza colorante famosa nell’antichità. L’Alalunga, in olio extra vergine di oliva e sale integrale: appartiene alla famiglia dei tonni ma non è a rischio estinzione come il tonno rosso e ha un ciclo di vita più breve, quindi non accumula metalli pesanti. Ha carni rosate ed eccellenti.
Alcuni di questi prodotti sono conservati solo da Manaide come il polpo o gli sconcigli, dolci e con il profumo di mare; come le telline del litorale romano, presidio Slow Food , che si trovano nella fascia tra Focene e Anzio, rinomata fin dai tempi dei romani, grazie alla qualità e alla finezza della sabbia.
La distribuzione dei prodotti è effettuata in “botteghe” – come sottolinea Luigi- dove il bottegaio conosce il prodotto che vende, lo propone con competenza divulgando la conoscenza.
Tutto questo è Manaide: ” un progetto che si fonda sul rispetto dell’ambiente e sulla riduzione dell’impatto ambientale, che si propone di valorizzare la pesca sostenibile e rispettare la biodiversità, recuperando la tradizione di Anzio.

Qui troverete un piatto , che ho preparato seguendo la ricetta di uno chef di un ristorante di Latina, con la colatura di alici; su Lazio Gourmand la ricetta tradizionale di Anzio degli spaghetti con la colatura. La colatura di alici Manaide si ottiene da alici sotto sale, stagionate per sei mesi in botti di rovere nuove, con sale integrale raccolto a mano. A dicembre si pratica un piccolo foro sul fondo della botte e si raccoglie il liquido dal colore ambrato e dal sapore intenso.
Due ricette, a dimostrazione che un piatto eccellente e con prodotti di alta qualità si può realizzare velocemente e con un costo contenuto, ma anche un’idea per la tavola naatalizia.

 

MANAIDE s.r.l. Via Jenne 113, 00042 Anzio (Rom)

Email: manaide.anzio@gmail.com

Qualche indirizzo dove trovare i prodotti Manaide:
Enoteca Del Gatto: via Mazzini 9, 00042 Anzio (RM) Italia tel. 06 9846269
Roscioli: Via dei Giubbonari 21, 00186 Roma tel. + 39 06 6875287
Trimani s.r.l.: Via Goito, 20 – 00185 Roma tel. 06.446.9661

Posta e il Ristorante il Bagatto

Posta (Rieti)
 
Oggi vogliamo suggerirvi una passeggiata a Posta in provincia di Rieti. Un paesino a 4 km da Borbona. Il Comune di Posta è nel reatino, lungo il corso del fiume Velino e della via Salaria tra Antrodoco e Amatrice.
 
Questo piccolo comune montano ricco di patrimonio paesaggistico e storico nell’Alto Lazio è capitanato dal Sindaco Serenella Clarice, che cerca con tutte le risorse umane e materiali disponibili di mantenere la storia e le tradizioni secolari. I suoi abitanti avevano diverse attività artigianali e con molta fatica quaklcuno ha cercato di rimanere per continuare la tradizione e il lavoro. Non è impresa facile visto che quasi tutte le attività commerciali sono state danneggiate dal terremoto.
Come tutti i paesi e frazioni di quella zona maledetta, il Comune di Posta ha pagato un prezzo altissimo dopo il terremoto: attività chiuse e esodo di alcuni residenti in altri luoghi.
Posta (Rieti) giardino comunale
Pochi sono rimasti con coraggio e uno di questi è Giancarlo Paoni che con la sua grande famiglia, genitori, sorella, nipoti,  moglie e figli piccoli ha deciso di rimanere e lottare per un futuro migliore.
Gentile,  delicato e generoso Giancarlo, con i suoi piatti della tradizione locale, ha dato conforto per mesi a Vigili del Fuoco e Protezione Civile di tutta Italia, instaurando con loro un forte legame che ancora continua.
Nel 2016 Giancarlo ha partecipato a “Le Stelle Tornano a Scuola” la manifestazione che si è tenuta a Rieti, tutti insieme hanno cucinato una cena gourmet per finanziare la ricostruzione dell’alberghiero di Amatrice.
le stelle tornano a scuolaGiancarlo Paoni e Bottura Giancarlo Paoni e Gennaro Esposito Giancarlo Paoni e Cracco
La sua attività è un delizioso ristorante  caldo e accogliente dove piatti come Amatriciana, Carbonara, Gricia, Fettuccine ai Funghi Porcini, carni locali e tagli classici con ampia scelta di verdure e dolci intrattiene la clientela.
 Ristorante il Bagatto, Posta Rieti
Vi lascio l’indirizzo:
Ristorante il Bagatto 
Via Roma, 50
Posta, Rieti
Tel. 0746 951111
Pagina Facebook: Bagatto

Carne di coniglio e uova: una campagna per rilanciarne il consumo

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“A TAVOLA NASCONO NUOVI EROI” – UNA CAMPAGNA DI COMUNICAZIONE PER RILANCIARE IL CONSUMO DI UOVA E CARNE DI CONIGLIO

Filmato Chef Ines Bertini

Sostenere il comparto avicunicolo e promuovere il consumo di uova e carne di coniglio, alimenti importanti dal punto di vista nutrizionale per una dieta sana ed equilibrata.

Sono questi gli obiettivi di “A tavola nascono nuovi eroi”, campagna di comunicazione promossa dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali e realizzata in collaborazione con l’Ismea, che ha presentato ufficialmente lunedì 20 novembre presso l’Hosteria La Luce, a Trastevere.

Rilanciare il consumo di uova e carne di coniglio, prodotti importanti per un’alimentazione sana ed equilibrata. Negli ultimi anni, infatti, a causa di un’informazione non sempre corretta, del cambiamento delle abitudini alimentari indotte spesso da pregiudizi e luoghi comuni, oltre che da allarmi incontrollati, gli operatori del settore si sono trovati ad affrontare momenti di crisi. Questo nonostante gli avicoltori e cunicoltori italiani rispettino dei disciplinari di qualità molto scrupolosi a garanzia della salute dei consumatori.

In effetti il consumo italiano pro-capite di uova è pari a 12,6 Kg, contro gli oltre 14 Kg nella UE. I numeri del settore parlano, per le uova, di una produzione  agricola italiana che ammonta a 850.000 tonnellate, pari ad un valore di 1,2 miliardi di Euro. Il fatturato dalle vendite del prodotto finito (confezionato o sgusciato) è pari a 1,5 miliardi di Euro. La produzione è assicurata da oltre 42 milioni di galline, presenti in 3.400 allevamenti, di cui circa 1000 con capacità superiore a 1000 capi. Delle uova vendute il 33% proviene da allevamenti a terra e il trend di crescita di questo  segmento rispetto al 2012 è del 47%.

Per quanto riguarda la carne di coniglio, l’Italia è il secondo produttore e consumatore mondiale (dopo la Cina). Anche qui la necessità di un rilancio dei consumi è testimoniata dal calo costante negli ultimi anni (-12% nei primi 9 mesi del 2017). Attualmente la produzione di carne di coniglio in Italia raggiunge le 55.000 tonnellate, con un consumo che ora sembra essersi stabilizzato intorno a 1 kg pro­ capite. Il settore gode di una sostanziale autosufficienza produttiva, e la coniglicoltura italiana si caratterizza, rispetto a quella europea, anche per l’efficienza produttiva espressa sia in termini di produttività del lavoro che di incidenza del costo dell’alimentazione sul costo totale di produzione.

In ultima analisi, occorre sgombrare il campo sia da un’informazione non corretta, sia da falsi convincimenti: un esempio per tutti è dato dalla cattiva reputazione che si è venuta creando intorno alle uova perché contengono molto colesterolo. Andrebbe detto invece che le uova sono uno degli alimenti più nutrienti sulla terra e che un giusto consumo settimanale di uova non solo non crea rischi per la salute ma può migliorare i livelli di colesterolo, aumentando quello buono e diminuendo  quello cattivo.

PROBLEMATICHE

  • Crisi dei due comparti e calo dei consumi di uova e carne di coniglio
  • Cambiamenti delle abitudini alimentari
  • informazione non sempre corretta sul valore nutritivo e la salubrità dei due prodotti (es. “le uova aumentano il colesterolo”)
  • Crescita della popolazione vegetariana in Italia (7%) e di quella vegana (1%) – (dati Eurispes 2016)
  • Aumento della sensibilità dei consumatori verso l’aspetto “sicurezza” e “trattamento degli animali da allevamento”.

OBIETTIVI DELLA CAMPAGNA

  • Rilanciare il consumo di uova e carne di coniglio alimenti sani, sicuri e nutrienti;
  • Svecchiare l’immagine dei due prodotti;
  • Estendere la platea dei consumatori soprattutto ai giovani;
  • Favorire l’inserimento di questi alimenti nelle diete associandoli ad un “giusto ” consumo e ad un “corretto” stile di vita;
  • Rassicurare i consumatori rispetto al sistema di tracciabilità e sicurezza dei prodotti in Italia
  • Contrastare i pregiudizi e tabù legati al consumo di questi prodotti.
  • Mostrare come il consumo di uova e carne di coniglio consenta a persone normali di migliorare notevolmente le proprie performance fino a compiere imprese eccezionali.
  • La normale quotidianità si trasforma e le persone diventano eroi pronti ad affrontare, con una marcia in più, le “imprese” di ogni giorno.

La campagna pubblicitaria partirà sia sui canali televisivi che radiofonici. In contemporanea la campagna sarà pubblicato su giornali su giornali e siti come la Cucina Italiana, Cucina Moderna, Giallo Zafferano, Sale&Pepe, Fattoincasadabenedetta. Verranno poi distribuiti depliant informativi e pieghevoli con ricette facili e creative, nei mercati rionali, in 800 punti vendita.

Qui vi alleghiamo il pieghevole con le ricette che ha elaborato la chef Ines Bertini del ristorante Hostaria Luce a Trastevere. Sono piatti deliziosi, facili e creativi che chiunque può replicare per presentare una cucina leggera e salutare per tutti grazie anche all’alta digeribilità.

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INFO NEI PUNTI VENDITA

E’ prevista un’azione di informazione capillare che coinvolge 800 Macellerie di tutta Italia.

Tale iniziativa è stata realizzata con la collaborazione con FIESA Confesercenti e Asso Macellai

Sono state identificate 16 SEDI TERRITORIALI

TORINO -GENOVA-LA SPEZIA-BERGAMO -PADOVA CESENA­PARMA-FERRARA-PESARO-CHIETI FIRENZE-ROMA-NAPOLI – BARI – REGGIO CALABRIA – PALERMO per la distribuzione di RICETTARI E LOCANDINE

Per ciascuna città capoluogo di provincia sono state coinvolte 50 macellerie.

Chef Ines Bertini è la creatrice delle 10 ricette.

Questi alcuni dei piatti, del depliant, presentati dalla chef il giorno della conferenza stampa

 

La Crostata di Nocciola tonda gentile di Faleria

torta di nocciola gentile

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La Crostata di Nocciola Tonda Gentile è un dolce tipico di Faleria (VT).

FALERIA è un paese a 40 Km da Roma situato nella provincia di Viterbo tra la s.s. Flaminia e la s.s. Cassia. Circondata da un lato dal massiccio monte Soratte, in un territorio abbastanza conosciuto per le testimonianze storiche, Faleria si trova a soli 15 Km dall’antica Falerii Veteres distrutta dai romani nel 241 a.C.

Dal punto di vista economico, Faleria nasce con vocazione prevalentemente agricola. Le campagne circostanti sono coltivate a oliveto e noccioleto. Le tecniche di coltivazione assolutamente BIOLOGICE e la lavorazione artigianale, assicurano la massima genuinità  dell’olio e la massima qualità delle nocciole.

Quasi tutta la produzione della Nocciola, della qualità “tonda gentile” e “nocciola rosa”   è destinata alla vendita per l’industria dolciaria nazionale ed estera. Ha costituito per lungo tempo l’unica risorsa economica per gli agricoltori. Per questo motivo tutte le ricette dei dolci tradizionali del paese, che le nonne ci hanno tramandato, sono rigorosamente a base di nocciole: tozzetti – amaretti – morette – croccanti – tartufi.

nocciola tonda gentile del Viterbese

Abbiamo scelto le nocciole locali dalla produzione di Andrea Baroni. Andrea è un giovane imprenditore agricolo che, tra tradizione e futuro, si è inserito con coraggio, come tanti giovani, nel mondo dell’agricoltura. Fin da piccolo ha respirato il profumo della campagna e ne ha intuito il grande potenziale. Questo settore è in grado di dare prospettive ed opportunità, perché saldamente legato alle qualità che identificano il nostro Paese: la storia, la tradizione, il cibo. Quindi ha deciso di  fare dell’azienda agricola a conduzione familiare, situata a Sant’Angelo in Faleria e coltivata con fatica dal papà, la sua attività prevalente  con passione, innovazione e professionalità.

Andrea Baroni

Andrea conduce l’azienda, i cui i terreni sono coltivati a oliveto e noccioleto, secondo le norme che regolano l’agricoltura biologica, perché il biologico è una sua scelta di vita. Ponendo al centro dei suoi interessi il benessere, la salute dell’uomo, degli animali, della terra ha scelto un percorso biologico abbracciando e favorendo uno stile di vita sostenibile per sé e per gli altri in un’ottica di un futuro migliore per tutti. La raccolta di nocciole si fa indicativamente per tutto il mese di settembre. Alcune colture possono portare a maturazione i propri frutti già dalla seconda metà del mese di agosto. In ogni caso, per avere la certezza della maturazione delle nocciole bisogna solo attendere la caduta dei primi frutti, a questo stadio la maggior parte di essi sarà pronta per la raccolta. Per raccogliere le nocciole, fino a qualche anno fa, si procedeva manualmente. Oggi la raccolta è puramente meccanizzata e prevede l’impiego di apposite macchine raccoglitrici. La praticità di queste macchine sono le due spazzole ruotanti sul davanti, atte a radunare le nocciole cadute a terra e un grande tubo aspiratore che le convoglia ad un accessorio rotante per una prima pulitura, dividendo le nocciole da foglie, terra ed eventuali sassi.

macchina lavorazione nocciole
Dopo la raccolta vengono convogliate in una macchina pulitrice e fatte essiccare al sole per alcuni giorni per toglierne l’umidità. Poi, nelle ore notturne vengono riportate all’interno per poi riesporle la mattina seguente. In questo modo le nocciole possono essere conservate a lungo.

Vengono poi trasportate e consegnate alle cooperative di produttori. Con le organizzazioni associative già esistenti sul territorio, contribuiscono poi alla concertazione dell’offerta, al miglioramento del prodotto  e all’integrazione della filiera, operando ai primi livelli del canale commerciale.

Dal punto di vista della varietà, la nocciola  coltivata da Andrea Baroni,  è quella specifica della zona del Viterbese e quindi la TONDA GENTILE ROMANA che risulta molto apprezzata dalle industrie di trasformazione.

La ricetta proposta è tipica di Faleria e  ci è stata donata dalla mamma di Andrea, Daniela, che ha mantenuto le tradizioni familiari.

CROSTATA DI NOCCIOLE

  • 1 uovo intero
  • 1 tuorlo
  • 150 g di zucchero
  • 150 gr di burro
  • 300 g di farina
  • 1 cucchiaino di lievito Bertolini
  • limone grattugiato
Ingredienti per la base:
  • 350 g di nocciole tostate e macinate
  • 300 g di zucchero
  • 3 uova
  • 80 g di mandorle amare (o una fialetta di essenza alla mandorla)
  • 1 bicchiere di Amaretto di Saronno
  • limone e arancia
Ingredienti per la copertura

Esecuzione

Per la base si procede come per la pasta frolla classica. Per la copertura: tostate le nocciole in forno a 180° per 15/20 min. Procedete alla macinazione nel frullatore o meglio nella grattugia elettrica in modo che rimangano pezzetti piccoli di nocciole. Montate i tuorli con lo zucchero e, a parte, montate le chiare a neve. Unite al composto le nocciole e amalgamare bene, versate il bicchiere di Amaretto di Saronno, la buccia di limone e arancia grattugiata, le mandorle amare macinate (o la fialetta di mandorla amara) e, per ultime, le chiare montate a neve. Mettete la teglia in forno, già caldo, a 180/200° per 35/40 minuti.

 

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Pizza di polenta con uvetta e pinoli

Pizza polenta

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C’era una volta… e oggi non c’è più! E sì! Perché una volta la pizza di polenta con uvetta sultanina e pinoli faceva sempre capolino nel banco di esposizione del fornaio di quartiere. Con i suoi colori dorati, tempestata dei gioielli nostrani [uvetta e pinoli] faceva la sua bella figura tra una teglia di castagnaccio, di pizza rossa e di quella bianca. Tutto ci faceva venire l’acquolina in bocca!  E così ogni tanto la colazione per scuola suonava così: «Che me dai 30 lire de pizza e uvetta?».

Realizzarla è estremamente semplice, un ottimo modo per riciclare la farina di polenta avanzata, un pugnetto di pinoli e uvetta… Basta procurarsi un po’ di ricotta fresca!!

  • 300 g di ricotta
  • 300 g di farina di polenta
  • 150 g di zucchero
  • 1/2 cucchiaio di cannella in polvere
  • un pugno di pinoli
  • un pugno di uvetta sultanina
Ingredienti per una teglia di 30 cm

Preparazione della Pizza di polenta con uvetta e pinoli

L'esecuzione della ricetta della Pizza di polenta con uvetta e pinoli direttamente da Madame Ada Boni, tratta dal suo libro 'La cucina romana'
Mettere in una terrinetta la ricotta e scioglierla con un ramaiolo di acqua tiepida mescolando con un cucchiaio di legno. Quando la ricotta sarà sciolta si aggiunge lo zucchero e si mescola ancora un poco per amalgamarla bene. Si aggiunge allora un po’ alla vola la farina di polenta distribuendola con la mano sinistra, mentre con la destra si continuerà a mescolare. Man mano che il composto indurirà troppo si aggiungerà altra acqua tiepida, regolandosi di ottenere come una crema non troppo densa né troppo liquida. Si aggiunge allora la cannella in polvere e la sultanina, la quale sultanina va prima mondata e poi tenuta a rinvenire per qualche minuto in una tazzina con un pochino di acqua tiepida. Molti adoperano lo zibibbo in luogo della sultanina, ma quest’ultima è preferibile perché priva di semi. Si unge di strutto una teglia [io ho sostituito con il burro] di circa 30 cm di diametro, ci si versa il composto e su esso si seminano i pinoli. Si ultima la pizza mettendo ancora qua e l qualche pezzetto di strutto [burro] e si passa la teglia in forno di giusto calore per circa tre quarti d’ora fino a quando la torta sia bene asciutta ed abbia fatto una bella crosta dorata. Questo genere di pizza deve essere piuttosto bassa: circa un dito.

Ecco qua! Se amate un gusto un po’ ruvido, rustico, croccante e profumato, basta provarla! Sfornate

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Tagliate e gustate!

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Alla prossima!!

Amatrice un anno dopo

Polo gastronomico Amatrice

Hotel Roma nuovo

Amatrice. E’ trascorso un anno dal terribile terremoto del 24 agosto 2016.

Là dove si doveva celebrare la 50.ma Sagra degli Spaghetti all’Amatriciana, proprio in un momento di festa e di presenza massiccia di amatori, turisti e locali ci fu la distruzione: 231 vittime solo ad Amatrice e 11 ad Accumuli e altre vittime ancora nei paesi e frazioni limitrofe 299 in totale e poi i dispersi. Distruzione ovunque e come se non bastasse un inverno freddissimo e carico di neve. Emergenze su emergenze.

La popolazione trasferita altrove, sulla costa e altri assistiti sul posto, gente che non ha voluto lasciare la loro terra. Molti hanno perso i loro cari oltre la casa, altri hanno avuto la possibilità di procurarsi personalmente dei mezzi di fortuna come roulotte o camper o casette prefabbricate. Ma la maggior parte ha dovuto attendere gli aiuti da parte del governo.

Quello che spaventa e annichilisce di più, o meglio devasta maggiormente oltre alla disperazione per la perdita della casa, è la consapevolezza di non avere le spalle coperte, né da parte di chi governa e gestisce aiuti e fondi, né da parte della burocrazia. Credo che questo senso di vuoto e smarrimento e consapevolezza di perdita definitiva è più scioccante dell’evento in sé.

Ringraziando Dio, o come lo volete chiamare voi,  una forza interiore e inaspettata scaturisce nelle persone nel momento degli accadimenti per far sì che ci si adatti a tutto. Col tempo te ne fai una ragione, ti plasmi sulle disgrazie e vai avanti. E’ la sopravvivenza che prevale, per fortuna! Ma non ti abitui, non te ne fai una ragione, invece, dell’inadeguatezza che questo paese trasmette ai suoi cittadini. Su questo no! Non ce la fai.

Sentire le intercettazioni di gente che ride e schernisce la disgrazia come fosse una manna dal cielo, le casette che diventano pura utopia, numeri di assegnazioni, di arrivi promessi e mal mantenuti.

Come si fa? Come si fa a speculare su tutto? Io penso che ad un certo momento ci si debba fermare e riflettere sull’ingordigia e sul potere. Mi rendo conto di dire cose senza senso, per chi specula sulle disgrazie altrui, ma a me fa piacere pensare che possa esistere ancora qualcuno sano di principi.

Avrei voluto tacere ma non posso. Non dopo essere passata per Amatrice prima di ferragosto.

Ve lo dico cosi come se lo raccontassi ad un’amica, non come lo vediamo in tv: ogni anno visitavamo Amatrice e andavamo spesso durante la nostra permanenza a Borbona. Amatrice era il punto focale di zona, per la spesa “grossa”, per acquisti di abbigliamento e calzature per avere il piacere di passeggiare in uno dei più bei borghi italiani.

Dal sisma non ci siamo più tornati, fino ad ora.

La Salaria, per entrare ad Amatrice, non è più percorribile come un tempo: è stata interdetta in parte per cui con una certa difficoltà, durante il percorso, abbiamo trovato un piccolo cartello con scritto Amatrice Romanella. La strada è piena di curve anche a gomito e sembra non si arrivi mai a destinazione. Ad un certo punto del lungo percorso, si iniziano a vedere i primi caseggiati e ahimè i primi crolli. Da lontano si vede la distruzione, non la stessa che vedi in tv, ma quella vera, quella che percepisci tu in quel momento.

Continui e ti trovi davanti un edificio che sembra bombardato, le crepe sui muri sono cosi tante e cosi profonde che sembrano provocate da una mitragliatrice. Tutto questo cozza terribilmente con la natura del luogo, il verde dei prati e delle colline, i fiori, il canto degli uccelli. La devastazione è tale che ti vergogni quasi di passare lì, ti sembra come  calpestare un cimitero.

Poi d’improvviso, all’ennesima curva, trovi un palazzetto. Avete presente le case delle bambole? Quelle aperte sul davanti senza la facciata e le stanze divise da tramezzi, dove puoi scambiare tra loro le camere, col salone spostando i mobiletti in dotazione? Un’impressione nel vedere la facciata crollata e le stanze, divise con i mobili a vista, alcuni piegati, così alla vista di tutti i passanti. E’ come violare la privacy del proprietario, sbirciare dentro. La casa dovrebbe essere un nido, un luogo che ti arredi e lo rendi tuo, personale.

Brutto, brutto…

Si prosegue e si arriva ad un bivio dove di fronte ti trovi il famoso Bar Rinascimento, credo sia stato il primo a riaprire dopo la scossa. Se vai a destra si va verso Villa San Cipriano, la zona ricostruita, se vai a sinistra trovi lo sbarramento della Zona Rossa, con tanto di presidio militare e un gran cartello con scritto NO SELFIE e sotto, “Luogo di Rispetto”. Beh, quella frase ti arriva dentro come una freccia perché ti fa capire che da lì in poi c’è un cimitero, dove la città giace insieme ad alcuni dei suoi abitanti.

Ricordo che proprio li, all’inizio dello sbarramento, c’era una casa, cosi bella grande con balconi pieni di fiori colorati e il tetto di legno, sembrava la tipica casa del Trentino. L’ho trovata piegata in avanti chinata verso terra.

Non ho fatto foto, non ho potuto, non ho voluto, mi sentivo così fuori luogo, truccata con la bigiotteria estiva, non so come dire, mi sono sentita stonata. Ma la vita continua e cosi abbiamo girato verso Villa San Cipriano e la zona nuova. Abbiamo fatto la spesa nel nuovo Supermercato, per lasciare il nostro piccolo contributo al luogo. Girare per gli scaffali però non è stato cosi piacevole, la gente si incontrava e piangeva. Mentre sceglievo la marca preferita di caffè, ho involontariamente ascoltato due signore, una delle due piangeva, aveva perso la figlia, il genero e i nipoti. Mi sono allontanata…sono scappata via nella corsia opposta. Un groppo alla gola, come si fa a pensare al futuro? Forse è troppo presto.

Alle casse ho trovato un volantino del Supermercato con un foglio allegato con su scritto “Oggi si riparte. Sabato 5 Agosto riapre il supermercato Simply Market di Amatrice, duramente colpito dalle scosse di terremoto…e conclude “… Il desiderio è che questo evento possa rappresentare per tutta la collettività un messaggio di speranza e doni un piccolo sorriso per ricominciare”.

Simply Market di Amatrice

Simply Market di Amatrice

A ridosso del parcheggio del Supermercato c’è il nuovo villaggio delle famose casette. Non voglio essere polemica ma ho avuto l’impressione che fossero container rivestiti e non casette di legno. Tutte in fila come uno stabilimento, con al centro un parco giochi per i bimbi. Ho visto delle persone sedute fuori accanto alle porte, al sole con lo sguardo basso a terra, così perso nel vuoto e senza sorriso.

Piu avanti sorge il nuovo Polo Gastronomico progettato dall’architetto Stefano Boeri in collaborazione con la Regione Friuli Venezia Giulia, realizzato grazie ai fondi pro terremotati raccolti da Corriere della Sera e Tg La7 attraverso la campagna “Un aiuto subito. Terremoto Centro Italia 6.0”. Il Polo non è visibile dalla strada e nemmeno indicato adeguatamente, abbiamo dovuto chiedere dopo averlo abbondantemente passato di diversi kilometri.

Se vi devo raccontare le mie impressioni vi posso dire che l’impatto visivo può essere suggestivo, ma per chi come me conosceva Amatrice e sapeva come era strutturata e dove erano collocati i ristoranti è tutta altra cosa, è come se ci si trovasse in altra città, non li.

Al momento ci sono solo tre ristoranti, tre colonne portanti della ristorazione di zona: Hotel Roma, da Giovannino e il ristorante da Patrizia. Attraverso le grandi vetrate si notano i tavoli ben apparecchiati, il personale che lavora e i titolari seduti fuori a parlare con la gente incuriosita. Li vedi lì, seduti un po’ smarriti. La perdita del loro locale è durissima, ma i giovani figli non vogliono sentir parlare di questo, non vogliono lamentele, vogliono solo ricominciare e lavorare.

Forse hanno ragione, basta pensare al passato, anche se è difficile con tutte quelle macerie intorno. Devi dirigere lo sguardo solo verso i Monti della Laga, guardare verso l’infinita bellezza del luogo e non voltarti.

Oggi è un triste giorno, l’anniversario di una notte infernale, invece c’è il sole e il cielo è limpido.

Ascoltiamo questa gente perchè ascoltare è il primo passo per aiutare!

Polo gastronomico AmatriceRistorante da Patrizia Amatrice

 

Statua ristorante Matru AmatriceRistorante da Giovannino Amatrice

 

Aiuola Cuore AmatriceRistorante da Patrizia Amatrice

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Le navi romane del Lago di Nemi: si cerca la terza nave romana di Caligola

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LE NAVI ROMANE DEL LAGO DI NEMI FORSE NON ERANO SOLO DUE: NEL LAGO SI CERCA LA TERZA NAVE FATTA COSTRUIRE DALL’IMPERATORE CALIGOLA.

Le navi romane del lago di Nemi  costituiscono un esempio unico di imbarcazioni cerimoniali da parata, dei veri e propri palazzi galleggianti più che natanti veri e propri.
Le navi risalgono al periodo dell’imperatore Caligola (12-41 d.C.) e rappresentano un esempio importantissimo di tecnica navale romana.
Svetonio descrive le navi romane di Caligola nelle «Vite dei Cesari»: «Dieci file di remi, la poppa brillante di gioielli, ampi bagni, gallerie e saloni, sempre rifornite di gran varietà di viti e alberi da frutto»

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Caligola aveva un profondo interesse per la marineria e una grande e capacità di avvalersi di tecnici competenti; la testimonianza più significativa sono proprio le due navi che l’imperatore fece costruire e ormeggiare nel lago di Nemi. Lunghe 70 metri e larghe 20 avevano funzione di Palazzo l’una e di nave cerimoniale l’altra. Caligola si ispirò a precedenti esempi di età ellenistica, le navi infatti sono considerate la naturale prosecuzione in età romana degli spettacolari Navigli descritti da Moschione – tecnico navale – e Callistino. Le navi romane di Nemi hanno senza dubbio la ricchezza fuor di misura dell’apparato decorativo della villa e del santuario costruiti sulla sponda del Lago, per questo realizzazioni pressoché ineguagliabili. Costruite in legno, accanto agli strumenti propri dell’ingegneria navale, sono stati recuperati arredi e suppellettili di lusso propri dell’architettura stabile dei palazzi e delle residenze di prestigio, erme bifronte e una transenna di bronzo, mosaici, colonne di marmi vari, lastre di terracotta figurata impiegate per decorare le pareti.

Per ospitare le due gigantesche navi imperiali di Caligola, recuperate nelle acque del bacino tra il 1929 e il 1931, venne costruito, tra il 1933 e il 1939 sulla riva settentrionale del lago, il MUSEO DELLE NAVI ROMANE di Nemi. Fu il primo museo in Italia e forse in Europa ad essere costruito in funzione del suo contenuto: due scafi delle misure rispettivamente di metri 71,30 x 20 e m 73 x 24.

Fu distrutto da un incendio nel 1944, lo stesso in cui andarono drammaticamente perdute le due navi cerimoniali, riaperto nel 1953 e poi chiuso nel 1962. Nel 1988 fu definitivamente riaperto con un nuovo allestimento in cui l’ala sinistra è dedicata alle navi. Sono esposti alcuni materiali scampati all’incendio, come la ricostruzione del tetto con tegole di bronzo, due ancore, il rivestimento della ruota di prua, attrezzature di bordo originali o ricostruite, (una noria, una pompa a stantuffo, un bozzello, una piattaforma su cuscinetti a sfera). Sono inoltre visibili due modelli delle navi in scala 1:5 e la ricostruzione in scala al vero dell’aposticcio di poppa della prima nave, su cui sono state posizionate le copie in bronzo delle cassette con protomi ferine.  Inoltre è visibile un tratto di basolato romano inglobato nel museo, il clivus birbi, che da Ariccia conduceva al santuario di Diana.

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L’incendio del museo, provocato dalle truppe tedesche in ritirata durante l’ultimo conflitto mondiale, ha distrutto uno degli esempi più completi di architettura navale. Non esistono fonti che parlano di un’opera così importante che sicuramente non passò inosservata, una “damnatio memoriae”che ha condannato Caligola e le sue opere all’oblio.

In questi giorni è stata avviata ufficialmente e alla presenza di molti giornalisti e autorità, una nuova ricerca di una ipotetica TERZA NAVE di CALIGOLA.
Il Sindaco Alberto Bertucci, il 5 Aprile, ha infatti dato il via ufficiale alla ricerca della terza nave romana di Caligola, alla presenza della Direttrice del Polo museale del Lazio Edith Gabrielli, di Luigi Dattola, geologo del Centro Geologia e Amianto dell’Arpacal, del Comandante della Guardia Costiera Roma e Provincia di stanza a Fiumicino Fabrizio Ratto Vaquer, del Nucleo subacquei dell’Arma dei Carabinieri, dell’architetto Giuliano Di Benedetti.

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Qui tutte le foto.
Qui e qui i video di presentazione del progetto

Il Nucleo subacquei dell’Arma dei Carabinieri, scandaglierà per una settimana le acque del lago di Nemi alla ricerca della nave. Luigi Dattola, coordinerà la ricerca per cui verrano utilizzati un “side scan sonar” per realizzare la mappatura del fondale, e un “sub bottom profiler”, sistema che permette di identificare la sequenza litostratigrafica presente sul fondale e consente di ottenere profili fino a quattro metri al di sotto del fondale.

Nella seconda la fase si elaboreranno i dati per trovare elementi a sostegno della presenza della nave romana che potrebbe essere occultata da strati di limo e detriti. Se tracce dell’imponente nave non si trovassero, l’operazione avrà comunque permesso di eseguire una attenta analisi del fondale lacustre e la sua mappatura.
Abbiamo seguito in barca l’inizio della mappatura con il“side scan sonar”, fino al punto più profondo del lago, in cui si ipotizza che si trovi la terza nave.

L’ipotesi della presenza di una terza nave è sostenuta dall’architetto Giuliano Di Benedetti. Basandosi su documenti antichi, lo studioso ha trovato elementi che fanno pensare che Caligola fece costruire tre navi sul lago di Nemi. La terza imbarcazione, molto più grande delle altre due recuperate nel 1929 e poi distrutte nel 1944 dall’incendio del Museo delle Navi, sarebbe addossata alla costa del lago che “guarda a levante” cioè dalla parte opposta a quella dove furono rinvenute le altre due. Leon Battista Alberti la esplorò verso il 1460 con l’aiuto di esperti nuotatori genovesi. Gli allievi di Leonardo da Vinci, grazie ad una campana da lui ideata, nel 1512 riuscirono a scendere sott’acqua ed a vedere la nave. Le misure rilevate da l’ingegnere militare bolognese Francesco De Marchi nel 1535 e da Leonardo Bufalini erano notevolmente diverse da quelle delle due navi recuperate. Quindi – conclude l’architetto – la nave indicata da Leon Battista Alberti, Leonardo da Vinci, Francesco De Marchi, Leonardo Bufalini e Annesio Fusco era un’altra, la terza. Molto più grande e posta ad oltre un chilometro di distanza dal punto in cui furono ritrovate le altre due.”

Qui L’architetto Di Benedetti ci illustra le foto dell’ipotetico fasciame della nave cercata.

Non resta, quindi, che aspettare i risultati dei rilevamenti eseguiti in questa settimana di ricerche, e se qualche nuovo indizio dovesse avvalorare l’affascinante tesi dell’architetto Di Benedetti, inizierà una fase “che potrà finalmente svelare la misteriosa leggenda della terza nave”, come sottolinea il Sindaco, Alberto Bertucci.

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Bibliografia
AA.VV., Caligola. La trasgressione al potere, Gangemi editore
AA.VV., Sulle tracce di Caligola: Storie di grandi recuperi della Guardia di Finanza,Gangemi editore
AA.VV., Ai confini di Roma: Tesori archeologici dai musei della provincia, Gangemi editore
Sitografia
http://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Luogo/MibacUnif/Luoghi-della-Cultura/visualizza_asset.html?id=151036&pagename=157031

Trippa alla Romana

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La trippa è l’apparato digerente dei bovini, una frattaglia, compresa fra esofago e stomaco; dopo la macellazione viene sottoposta a pulizia e bollitura. È composta da rumine (la parte a forma di sacco più grande, detta anche trippa, croce, crocetta, pancia, trippa liscia o busecca), omaso (formato da lamelle, detto anche centopelli o foiolo) e reticolo (o cuffia, un piccolo sacco con aspetto spugnoso, detta anche cuffia, nido d’ape, bonetto o beretta). I greci la cucinavano sulla brace, mentre i romani la utilizzavano per preparare salsicce. Le ricette per la preparazione della trippa sono infinite: non vi è angolo d’Italia che non abbia una sua ricetta per la trippa. 

Dal punto di vista nutrizionale è un alimento molto valido perché ha un contenuto molto elevato di proteine e vitamine e basso in grassi. Per 100 g abbiamo: carboidrati: 0; proteine: 12,07; grassi: 3,69; acqua: 84,16; colesterolo: 122; sodio: 97; calorie: 85. Inoltre troviamo una presenza abbondante di sostanze minerali, specialmente calcio e fosforo.

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Come appena descritto, la trippa fa parte della cultura culinaria di tutta Italia e direi del Mondo. Cercando in rete ho trovato addirittura un libro “Troppa trippa”, di Indro Neri, Neri Editore, Firenze 1998, 192 pagine, una ricerca di tre anni che descrive le ricette di tutto il mondo ma anche le citazioni letterarie o i dipinti a lei dedicati o le poesie.

Come diceva il Belli la trippa va mangiata di sabato e in buona compagnia. “Giovedì gnocchi e sabato trippa”, uno dei proverbi romaneschi che ben indica questo gustosissimo piatto. È un piatto che, come molti altri a Roma, non ha molti fans a causa delle origini “truculente”, ma basta assaggiarlo una volta e si diventa subito amici. Nelle trattorie di Testaccio, (quartiere cult di Roma), si trova ancora l’antica ricetta.

Nel Settecento, Francesco Leonardi, un cuoco nato a Roma, ma specializzatosi tra i potenti del mondo, dal maresciallo Richelieu alle corti di Polonia, Germania e Inghilterra, con il suo “Apicio moderno”, tra tante squisitezze e raffinatezze riportate spicca, per quanto riguarda la cucina romana, la ricetta della Trippa di manzo alla romana: “Quando la trippa di manzo sarà ben pulita e lavata, fatela cuocere con acqua, sale, una cipolla con tre garofani, un mazzetto di petrosemolo con sellero, carota, due spicchi d’aglio, mezza foglia d’alloro; fatela bollire in una marmitta a picciolo fuoco sei o sette ore, che sia ben schiumata; quando sarà cotta, tagliatela in quadretti, mettetela in una cazzarola con un pezzo di butirro, sale e pepe schiacciato, passate sopra il fuoco, aggiungeteci un poco di spagnuola e culì. Abbiate un piatto con un picciolo bordo di pane o di pasta, fate un suolo di parmigiano grattato e un suolo di trippa, e così continuate fino a tanto che il piatto sia sufficientemente pieno, terminando col parmigiano grattato, nel quale avrete cura di mescolare un poco di menta trita; ponete alla bocca del forno o sulla cenere calda acciò prenda sapore, e servite ben calda”.
Una curiosità: “Nun c’è trippa pe’ gatti” così cita un detto popolare romano. Ma qual è l’origine di questa frase? Alcuni detti popolari giunti fino a noi, condensano in poche parole il senso della crisi, della mancanza di denaro. A Roma, come nel resto del nostro Paese, si vivono tempi difficili dal punto di vista economico, la crisi porta il popolo a tirare la cinta, rivedere stili di vita e trovare il modo di arrivare con lo stipendio fino alla fine del mese. Roma nei secoli ha vissuto crisi di tutti i tipi; carestie, pestilenze, assedi, invasioni e tiranni hanno lasciato una forte impronta sia nel tessuto urbano sia nella tradizione popolare. “Nun c’è trippa pe’ gatti”, ad esempio, è l’eloquente espressione usata per dire che non ci sono più soldi oppure che non si fa alcun credito. Si potrebbero immaginare quei felini che aspettano invano davanti alla bottega del macellaio per rimediare un pezzetto di carne che non arriverà mai. Invece il detto ha un’origine ben definita: nel 1907, il sindaco di Roma, Nathan, in cerca di modi per risanare il bilancio cittadino in crisi nera, depennò dalla lista di pagamenti la trippa per i gatti che il comune acquistava per i mici del centro storico, tanto utili per eliminare i topi. Nathan ritenne quella spesa uno spreco e per risparmiare annunciò pubblicamente che a Roma non ci sarebbe più stata trippa per gatti.

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Trippa alla romana

 

  • 1 k di trippa
  • 2 fette di guanciale
  • 400 g di pomodori pelati
  • Una cipolla
  • Una costa di sedano
  • Una carota
  • Uno spicchio di aglio
  • Olio extravergine di oliva q.b.
  • Menta romana
  • Pecorino romano grattugiato
  • Sale e pepe o peperoncino
Ingredienti per 4 persone

La trippa si acquista normalmente già prelessata. Il metodo di lavaggio e di lessatura ne condiziona ovviamente il sapore. Per pulirla vengono usati a volte prodotti che la rendono bianchissima ma insapore; è preferibile acquistare quella grigia o scura e quindi non “candeggiata” o troppo cotta. Se possibile acquistate la trippa intera senza farvela affettare, sciacquatela e mettetela a bollire in abbondante acqua salata in ebollizione insieme a una carota affettata, una costa di sedano a pezzi, una cipolla e un mazzetto di prezzemolo. Fate riprendere l’ebollizione quindi abbassate la fiamma al minimo e proseguite la cottura per circa tre quarti d’ora. Lasciatela raffreddare e nel frattempo preparate un trito con il guanciale, la cipolla, la carota, il sedano, e lo spicchio d’aglio. Scaldate l’olio in un tegame di terracotta e fate appassire dolcemente il battuto mescolando spesso. Affettate la trippa a striscioline e versatela nel tegame quando il soffritto comincia a prendere colore. Fate insaporire per qualche minuto mescolando, quindi unite i pelati sminuzzati, salate e pepate e proseguite la cottura per circa un’ora. Durante questo tempo mescolate spesso e unite un mestolo di brodo o acqua calda quando necessario tenendo presente che alla fine la trippa deve essere immersa in un sugo abbondante. A cottura ultimata, versate la trippa nel piatto da portata e completate il piatto con abbondante pecorino grattugiato e foglioline di menta sminuzzate.

 

Riferimenti: