Supplì al telefono alla romana

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Suppli al telefono alla romana

Una mancanza gravissima non avere in questo sito la ricetta dei Supplì al Telefono alla Romana. Ce ne siamo accorte quando Risate e Risotti ci ha invitato ad un contest sulla pubblicazione di Supplì, SuppliTIAMO dove chiunque poteva partecipare alla realizzazione di uno degli street food più amati. Ovviamente c’era spazio alla fantasia, ma noi non potevamo proprio non pubblicare il Supplì per eccellenza, quello che non si trova più, anche perchè non a tutti è gradito il sapore leggermente ferroso delle regaglie di pollo.

La ricetta che vi propongo è tipica della cucina di mia mamma. Questi sono i suoi Supplì, quelli che conosco da sempre. Lei faceva questo sughetto con cui, tra l’altro, condiva le fettuccine fatte in casa. Infatti, ne faceva sempre in abbondanza, anche perchè ridurre in piccoli pezzetti le regaglie di pollo, vi assicuro, non è cosa cosi semplice! Quindi se vi cimenterete e gradite il sapore del sugo di regaglie, fatene di più e provatelo con le fettuccine.

Un po' di storia...
La prima testimonianza scritta risale al 1847 dove appare nel menu di una trattoria romana, la “Trattoria della Lepre”. Venivano, poi, venduti per strada fritti su grandi “callari” e serviti bollenti durante le fiere o per qualche ricorrenza. Nel libro “La Cucina Romana” di Livio Jannattoni c’è una curiosa citazione: “Nel giungo 1927, durante un suo soggiorno parigino, Sibilla Aleramo va a trovare James Joyce. Quest’ultimo era stato un’anno a lavorare a Roma, faceva l’impiegato di banca e parlava molto bene italiano. Durante la conversazione con la Aleramo, Joyce ricordava le rosticcerie romane e i supplì di riso. Di quelle particolari rosticcerie, allora sopratutto friggitorie, Roma non ne ha più ormai, da molti anni. Né le trattorie, i ristoranti, che tanto debbono alla nostra cucina, hanno mai sentito il piacere-dovere, salvo rarissime eccezioni, di riproporre questa tipica specialità romana, che Joyce conservava ancora vividamente nel retrogusto dei ricordi”. Fino agli anni Cinquanta, c’era un “Supplittaro”in via S. Andrea delle Fratte, al Bufalo. Da quando chiuse i supplì sparirono un po’ ovunque per tornare poi spinti dalla moda del momento. Giggi Fazi, lo chef della Dolce vita nei pressi di Via Veneto, li riportò tra gli antipasti “Reggheno da soli er posto de l’antipasti” diceva, e “pònno regge pure er posto del primo piatto”. C’è un testo sicuro, per conoscerli bene, e abbastanza da vicino, “La Cucina Romana”, di Ada Boni del 1929. La ricetta risale ad anni in cui le tradizioni romane si conservavano ancora abbastanza intatte.

SUPPLI AL TELEFONO ALLA ROMANA

  • 500 g di riso
  • 200 g di interiora di pollo (gricile, cuore e fegatini)
  • 2 uova sbattute
  • 500 ml di passata di pomodoro
  • 50 g parmigiano
  • 150 g di mozzarella
  • sedano carota, cipolla
  • olio extravergine di oliva
  • mezzo bicchiere di vino bianco
  • sale e pepe

Per la frittura:

  • Olio di semi di girasole
  • 2 uova
  • farina bianca e pangrattato.
Ingredienti per circa 16 supplì

interiora di pollo

 

Preparazione dei Suppli al telefono alla romana

Preparazione

  • Fate soffriggere nell’olio il sedano, la carota e la cipolla a tocchettini, aggiungete le interiora di pollo tagliate a pezzetti piccolissimi. Fatele soffriggere e poi aggiungete il vino bianco.
  • Sfumato il vino, aggiungete il pomodoro, il sale e il pepe. Fate andare il sugo per almeno un’ora a fuoco basso.
  • Per la cottura del riso utilizzate lo stesso sugo, allungandolo con acqua calda. Quindi versate il riso nel sugo di regaglie e mescolate.
  • Mentre portate a cottura il riso continuate a mescolare e ad aggiungere acqua calda quando necessita. Il riso alla fine deve risultare cotto ma non al dente (la cottura è importante).
  • Regolate di sale poi versate il parmigiano e mescolate bene.
  • Versate ora il riso su un vassoio basso per farlo raffreddare e rapprendere un poco. Quando il riso sarà freddo aggiungete le due uova sbattute, mescolate bene e iniziate la formazione dei suppli. Ci vogliono circa 80 g di riso cotto per ogni supplì (i supplì alla romana sono piuttosto grandi), dove al centro inserirete la mozzarella. Richiudetelo perfettamente, passatelo nella farina, nell’uovo sbattuto e poi nel pangrattato.
  • Finiti i suppli teneteli in frigo almeno per un paio di ore prima di friggerli (mi sono venuti circa 16 supplì).
  • Portate l’olio di arachidi a 170° all’inizio, poi fate scendere la temperatura a 160° per permettere al calore di arrivare al cuore del suppli e far sciogliere la mozzarella.

Cottura dei Suppli al telefono alla romana

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Pizza di Pasqua Dolce Portodanzese

Pizza di Pasqua Dolce Portodanzese

Pizza di Pasqua Dolce

Quest’anno avremo una Pasqua insolita, una Pasqua lontana dai nostri cari, ma non per questo dobbiamo allontanare da noi la voglia di festeggiare e condividere, con la nostra famiglia, la Pizza di Pasqua Dolce  Portodanzese.

Di ricette di Pizze di Pasqua Dolce ce ne sono molte, sono tutte ricette tramandate che si perdono nella notte dei tempi, quando fare queste Pizze era un po come essere un alchimista. Dentro ci mettevano una serie di aromi, liquori alle erbe, rosoli e spezie da rendere queste pizze cosi profumate da ricordare proprio la primavera. Farle non è semplicissimo, perchè si tratta di Pizze molto pesanti che richiedono tanti ingredienti come burro, molte uova, farina, lievito madre, tanto zucchero, canditi, uvette…insomma per far crescere sta pizza ci vuole un miracolo o una grande maestria. Non dimentichiamo poi le lunghe ore di lievitazione, prima del lievito di rinforzo e poi l’ultima con tutti gli ingredienti. In questo frangente di quarantena certo, il tempo non ci manca, e potremmo tranquillamente attendere, ma molte volte tutto ciò scoraggia nell’impresa.

La ricetta che ho scelto per voi e per me, anche io preoccupata da tanto lavoro, è stata presa da un libro a noi di Laziogourmand, molto caro: “Le ricette dei Nonni, Piatti Tradizionali della Cucina Portodanzese” a cura di Andrea Mingiacchi che molto gentilmente ce lo ha donato.

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Si tratta di una Pizza di Pasqua Dolce molto semplice, senza pasta madre che ho realizzato benissimo in poche ore. Molto dubbiosa sulla riuscita mi sono ricreduta appena sfornata e non vi dico all’assaggio: è deliziosa. La classica Pizza Dolce che alla mattina della colazione di Pasqua si mangia con sopra un paio di fette di Corallina.

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La scelta di questa ricetta non è stata soltanto dettata dalla semplicità e velocità, ma anche dal titolo “Le Ricette dei Nonni“…mai come in questo momento mi è sembrato doveroso omaggiare una categoria che ha pagato il prezzo più caro durante questa epidemia. I nonni, i nostri nonni coloro che custodivano la tradizione, le ricette, la manualità, la saggezza e quell’amore sconfinato nel dare e darsi. Cari nonni che non ci siete più questa ricetta la dedichiamo a Voi ringraziandoVi di averci lasciato il Vostro passato attraverso le ricette.

  • 1 k di farina 0 o 00
  • 400 g di zucchero
  • 300 g di latte
  • 300 g di burro
  • 25 g di lievito di birra (sciolto in mezzo bicchiere di acqua tiepida con un cucchiaino di zucchero)
  • 4 uova 65 g di uvetta passa
  • 50 g di arancia candida
  • 100 g di cioccolato fondente spezzettato grossolanamente
  • 1 bustina di vaniglia o un cucchiaio di vaniglia liquida
  • 1 cucchiaio scarso di cannella in polvere
  • 1 tazzina da caffè di liquore all’amaretto
  • la scorza grattugiata di un arancio
  • la scorza grattugiata di un limone
Ingredienti
  1. Mettete a rinvenire l’uvetta in poca acqua.
  2. In una ciotola preparatevi gli aromi e la frutta secca: mettete l’uvetta rinvenuta, i canditi, la cannella, la vaniglia e le scorze grattugiate e mescolate bene.
  3. Fate la fontana con la farina su una tavola di legno e fondete il burro.
  4. In un ampio recipiente rompete le uova, mescolatele bene con le mani (così cita la ricetta) e aggiungete il latte, il burro sciolto e il contenuto della ciotola con aromi e frutta secca, lo zucchero, il liquore di amaretto e il lievito di birra sciolto nell’acqua e zucchero. Mescolate bene e aggiungete, un poco per volta, la farina sempre mescolando con le mani (o un cucchiaio di legno o un leccapentole) deve risultare un composto morbido ma compatto (io ho avuto la necessità di aggiungere altra farina ma sempre facendo attenzione a mantenere l’impasto morbido).
  5. Ultima cosa che metterete sarà la cioccolata fondente facendo attenzione, durante la manipolazione, a farla ben inserire nell’impasto. Lavorate poco da questo momento perchè altrimenti si scioglie con il calore delle vostre mani.

Imburrate e infarinate, MOLTO BENE, le teglie (io ne ho preparate 2: una più piccola di 18 cm parte alta e 14,5 cm parte bassa con altezza bordo 8 cm; l’altra più grande di 24 cm parte alta, 20 cm parte bassa e bordo alto sempre 8 cm) e adagiate all’interno l’impasto facendo attenzione a riempirlo poco più di metà cosi da lasciare spazio sia per la lievitazione, che per la cottura. Per favorire la lievitazione ho utilizzato una delle due vaschette del lavandino chiudendo il tappo e riempendo di acqua calda non bollente fino a metà bordo delle teglie e ce le ho adagiate dentro coprendole con un coperchio di vetro o pellicola. Cosi le ho lasciate almeno 3-4 ore (potrebbe essere meno, quando arrivano al bordo, come in foto, toglietele), controllando l’acqua del lavandino dopo la prima metà del tempo, per vedere se si era raffreddata e ho rimesso altra acqua calda per la seconda metà.

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Passate le ore necessarie le Pizze saranno lievitate, ma non vi aspettate una grande lievitazione, come già detto sono piene di ingredienti che appesantiscono. Spennellatele di uovo sulla superficie e infornatele a forno già caldo a 150°C per un’ora e mezza. La più piccola era cotta dopo 1 ora e mezza la più grande l’ho tenuta per 2 ore (io ho forno a gas e ho acceso la ventola).

Lasciate intiepidire prima di sformarle cercando di sbattere un poco la teglia per farla staccare. Lasciate raffreddare completamente prima di tagliarla.

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La Falia di Priverno, prodotto unico e tipico del territorio

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Oggi vi racconto una storia legata alla nostra bellissima Regione: La Falia di Priverno, prodotto unico e tipico del territorio. Non è un pane e nemmeno una pizza è la Falia! Un delizioso involucro che può contenere di tutto e farvi sognare al primo morso.

Sono venuta a conoscenza della Falia grazie ad un giovanissimo ragazzo, un Maestro pizzaiolo e panificatore Luca Mastracci. Lui è il proprietario di una pizzeria di Priverno che si chiama Pupillo Pura Pizza ormai balzata alla vetta del successo grazie alla sua maestria nella preparazione degli impasti, alla semplicità e umiltà che traspare dai suoi occhi sorridenti.

Luca, a seguito dell’emergenza sanitaria in corso per COVID-19 ha dovuto chiudere la sua attività come tutti, ma i suoi principi di valorizzazione del territorio lo hanno dirottato, insieme al suo staff, a studiare per trovare l’impasto perfetto dell’antica ricetta della Falia. Trovata la formula magica, grazie alla sua professionalità, Luca ha girato un filmato presso Alfa Forni, un’azienda familiare specializzata nella produzione di forni a legna e gas domestici e professionali, camini e mattoni refrattari. La sede centrale di Alfa Forni è situata ad Anagni in provincia di Frosinone, altra eccellenza della nostra Regione.

Nel video Luca non solo esegue la ricetta ma racconta anche la storia di questo prodotto particolare. La Falia sembra derivi da un pane/pizza lavorato da una fornaia di Priverno di nome Lia e vista la particolare forma, la gente si chiedeva “Chi la fa questa pizza?” La risposta, di chi ne era a conoscenza, era “La fa Lia” e da qui il nome Falia. Luca, insieme al suo staff, ha cosi iniziato a proporla e distribuirla gratuitamente agli anziani di Priverno che in questo periodo di isolamento hanno difficoltà, sia ad incontrare i propri cari, che ad uscire da casa. La notizia però ha scatenato la curiosità di chi non conosceva questo pane e ne ha voluto scoprire le qualità, così la Falia si è diffusa al punto da essere venduta in zona. La sua bontà, grazie ai social, ha avuto ripercussioni tali che ora la Falia, da pane dimenticato, è diventato oggetto di curiosità non solo di giornalisti del settore enogastronomico, ma anche di panificatori amatoriali che grazie alle indicazioni del video di Luca, hanno potuto come me riprodurla a casa.

Questo video mi ha permesso di vedere lo svolgimento della ricetta e seguire i preziosi consigli di Luca. Grazie alla sua esperienza sia nell’esporre che nell’eseguire, non ho avuto difficoltà a realizzare la mia prima Falia. Con le sue dosi ne sono venute 3, due da 500 g e una un poco più grande di 650 g.

FALIA DI PRIVERNO

Preparazione di un impasto indiretto solido, una biga:

500 g farina di tipo 00 w 300-320

220 g di acqua

5 g di lievito di birra

Mescolare il tutto lasciando che l’impasto rimanga stracciato non omogeneo da lasciar riposare a 18-20°C per 20/24 ore. Il risultato dopo il riposo sarà una fermentazione della biga e non una lievitazione, quindi non crescerà.

 

Per il rinfresco:

500 g di farina tipo 1 w250

420 g acqua

20 g di sale

30 g olio extra vergine di oliva

5 g di malto o zucchero (io ho utilizzato del miele di castagno)

dosi per 3 Falie 2 da 500 g e 1 da 650 g

PROCEDIMENTO

  • In una ciotola mettete la farina tipo 1 dove dovrete spezzettare la biga fermentata. Dopo averla spezzata tutta aggiungete l’acqua lasciandone una piccola parte per far sciogliere il sale. Mescolate con una spatola, fate assorbire bene la farina e ora inserite l’acqua dove avrete sciolto il sale, poi lo zucchero o il malto e l’olio in due fasi facendolo ben assorbire. Aiutatevi ora con le mani impastando e sbattendo la massa di pasta per attivare il glutine e rendere l’impasto elastico. Ora coprite l’impasto con pellicola e lasciate riposare per 4-5 ore (io 5 ore) a temperatura ambiente di circa 20°C sempre nella ciotola, durante le quali l’impasto raddoppierà.
  • Raddoppiato l’impasto, spezzatelo per realizzare 3 Falie di circa 500 g l’una (io ne ho realizzato 2 da 500 e l’ultima poco più grande di circa 650 g). Formate 3 palle di impasto cercando di chiuderle allungando i lembi fino a formare una palla liscia per poi arrotolarla a forma ovale (guardate il video di Luca). Lasciamo lievitare 1 ora 1 ora e mezza (io 2 ore le prime due Falie e 3 ore l’ultima Falia, perchè tutte e 3 nel forno non entravano).
  • Passate le 2 ore allargate l’impasto sulla tavola dando una forma ovale ma più grande senza schiacciare le bolle della lievitazione e con il palmo della mano, messo in verticale, fate i caratteristici solchi centrali che verranno irrorati di ottimo olio extravergine di oliva prima di infornarli. Io ho messo del sale di Maldon sopra.

falia-di-priverno_preparazione

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Per chi la volesse riprodurre a casa deve portare il forno a 250-270°C e cuocere per 50 minuti. Io ho il forno a gas ed ho posizionato la teglia nella parte più alta del forno, ho acceso la ventola ed ho isolato la parte bassa, dove c’è la fiamma, con 2 teglie vicine (io ho il forno da 90 cm) per non far arrivare troppo calore. Ho portato la temperatura a 270°C ed ho lasciato le Falie dentro per 50 minuti. La più grande, la terza Falia da 650 g l’ho lasciata 1 ora. Son venute perfettamente croccanti.

Quando ho spaccato a metà la Falia, per farcirla con cime di rapa ripassate in padella con aglio, olio e peperoncino, la parte interna era ben alveolata e l’olio che avevo messo sopra i solchi era finito anche sulla poca mollica interna.

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Come vi ho appena descritto, apprezzare la Falia non è facile perché la trovate solo qui a Priverno, dove in compagnia dei Chiacchietegli, deliziosi broccoletti viola, trovi il matrimonio perfetto. I Chiacchietegli, diversi dai comuni broccoletti o cime di rapa sono più dolci senza filo e si trovano solo qui nelle aree pianeggianti del comune di Priverno, in prossimità del fiume Amaseno.

chiacchietegli

Foto presa dal web https://www.fondazioneslowfood.com/it/presidi-slow-food/chiacchietegli-di-priverno/

Sono un Presidio Slow Food e hanno una storia antica quanto sconosciuta,  i semi vengono tramandati da generazioni e chi li coltiva ormai sono pochissime persone e tutte anziane. In estate si seminano in semenzaio e durante l’inverno c’è il raccolto. Ripassati in padella con aglio, olio extravergine monocultivar Itrana e peperoncino sono il ripieno perfetto della Falia, poi se aggiungiamo la salsiccia sbriciolata raggiungiamo la perfezione. Ma la Falia si presta anche ad altri ripieni, come mortadella, prosciutto e la mozzarella di bufala locale o dolce con la crema di nocciole.

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Nel mese di marzo a Priverno si svolge la Sagra della Falia e Broccoletti ma Luca Mastracci e la sua pizzeria Pupillo Pura Pizza vi aspettano, quando tutto sarà tornato alla normalità e magari diremo che grazie al Coronavirus abbiamo avuto la possibilità di conoscere la Falia, Luca, Alfa Forni e la graziosa Priverno. Alla prossima gita!

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Luca Mastracci Pizzeria Pupillo Pura Pizza – Frosinone

Viale Giuseppe Mazzini, 220
03100 Frosinone
Tel 331/9610793
www.pupillopurapizza.it
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Aperti a Pranzo da lunedì 14 gennaio  (LUN – VEN)
Aperti a Cena da giovedì 10 gennaio (LUN – DOM)

Giorno di chiusura: martedì

Luca Mastracci Pizzeria Pupillo Pura Pizza – Priverno

Via Giacomo Matteotti, 29 – Priverno
Tel. 339 414 3148
Aperto tutti i giorni,  solo la sera

Alfa Forni

Alfa Refrattari srl

Via Osteria della Fontana, 63 – 03012 – Anagni (FR) – Italy

+39 0775-7821

+39 0775-782218

info@alfaforni.com

 

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Panettone Maximo, il I Festival del Panettone di Roma

Panettone Maximo

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IL PANETTONE “Maximo” DELLA PASTICCERA GRUÈ INCORONATO RE DI ROMA!

SEGUONO LE ECCELLENZE DI D’ANTONI, CANTIANI, LE LEVAIN, BOMPIANI!

GRANDE SUCCESSO DI PUBBLICO E CRITICA PER

PANETTONE MAXIMO, I° FESTIVAL DEL PANETTONE DI ROMA!

I migliori pasticceri della capitale si sono confrontate domenica 15 dicembre e una giuria d’eccezione ha eletto il miglior panettone artigianale tradizionale realizzato secondo disciplinare: la qualità è stata altissima e il panel di esperti ha avuto un compito difficile da assolvere.

Il vincitore è stato Gruè sia per la categoria tradizionale che nel tema libero al cioccolato. Per il panettone tradizionale, i migliori cinque di Roma sono stati D’Antoni, Cantiani, Le Levain e Bompiani mentre per il panettone al cioccolato Cantiani, Nero Vaniglia, Pompi e Barberini. Tutti, secondo la giuria, hanno espresso un prodotto di rara perfezione.

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È stato un Christmas Market di grande fascino e suggestione, tra degustazioni e vendita di panettoni, bontà enogastronomiche del territorio laziale, talk di approfondimento sul lievitato, show cooking di maestri pasticceri come Giuseppe Amato (La Pergola), Marco Nuzzo (Hassler Hotel), Marion Lichtle (Il Pagliaccio) e Antonella Mascolo (Verve al Dom) e la raccolta di dolci per il Bambin Gesù che ha avuto grande successo.

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Domenica 15 dicembre al Boscolo Circo Massimo si è tenuto Panettone Maximo, il 1° Festival del Panettone di Roma, organizzato dal magazine online MangiaBevi e RistorAgency, per celebrare questo meraviglioso prodotto artigianale che racchiude in sé tutto il calore del Natale. Hanno partecipato al contest le migliori pasticcerie di Roma che producono impeccabilmente questo dolce: tutte hanno espresso qualità assoluta, riuscendo a esprimere vera arte nelle loro preparazioni. La giuria è stata composta dai più autorevoli esperti del settore: Giuseppe Amato, pastry chef del ristorante La Pergola, Fabrizio Fiorani, miglior pastry chef d’Asia 2019, Fabrizio Donatone, Campione del Mondo Pasticceria 2015, Angelo Di Masso, pasticcere, Attilio Servi, pasticcere lievitista, Luigi Cremona, critico enogastronomico, Rossano Boscolo, chef e patron di Boscolo Circo Massimo, Valeria Maffei, redattore de Il Pasticcere, Marco Lombardi, giornalista de Il Messaggero, Nerina Di Nunzio, fondatore Food Confidential. A loro sono stati sottoposti i panettoni, privati dell’etichetta o di segni di riconoscimento e, al termine degli assaggi, hanno proclamato il vincitore assoluto, in entrambe le categorie, Gruè. A seguire, sul podio sono saliti, nella categoria tradizionali, D’Antoni, Cantiani, Le Levain e Bompiani mentre, per la categoria libera al cioccolato in testa alla classifica si sono posizionati Cantiani, Nero Vaniglia, Pompi e Barberini a pari merito. Premio speciale per il packaging è stato invece conferito dalla giuria di esperti a Casa Manfredi mentre, per la miglior comunicazione digitale è stato premiato Le Levain.

Oltre ai vincitori, le pasticcerie partecipanti sono state: Achilli Caffè, Antonini, Giuffrè, Marazza (Priverno), Panificio Nazareno, Panzini (Subiaco), Patrizi (Fiumicino) e Santi Sebastiano e Valentino, i cui prodotti messi in degustazione libera hanno raccolto grande plauso dal pubblico. Inoltre erano presenti in degustazione vini dolci e bollicine con Casale del Giglio e Poggio Le Volpi, liquori con Amaro Piccolo e Amaro Neri, il Chinottissimo e il buonissimo caffè Circi, tutte aziende laziali.

Questa prima edizione di Panettone Maximo è stata organizzata da Fabio Carnevali, editore, e presentata da Sara De Bellis, direttrice di MangiaeBevi che ha coinvolto adulti e bambini alla scoperta delle migliori produzioni artigianali di Roma in materia di grandi lievitati delle Feste.

Come preannunciato, è stato un incantevole Christmas Market di alto rango con i prodotti tipici per le feste, eccellenze enogastronomiche laziali e l’immancabile presenza di Babbo Natale, che è stato a disposizione dei più piccoli per divertenti foto ricordo.

Inoltre, Panettone Maximo ha dato l’opportunità di regalare un sorriso ai pazienti dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù grazie alla raccolta dei panettoni da consegnare alla casa famiglia Istituto delle Suore Francescane della Croce del Libano.

Il Panettone secondo il suo Disciplinare

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze il 22 luglio 2005 ha emanato un decreto intitolato “Disciplina della produzione e della vendita di taluni prodotti dolciari da forno” in cui specifica gli ingredienti obbligatori, quelli facoltativi ed il processo produttivo di alcuni dolci tipici tra cui panettoni, pandori, colombe e savoiardi. Lo stesso decreto definisce il panettone quale “prodotto dolciario da forno a pasta morbida, ottenuto per fermentazione naturale da pasta acida, di forma a base rotonda, con crosta superiore screpolata e tagliata in modo caratteristico, di struttura soffice ad alveolatura allungata e aroma tipico di lievitazione a pasta acida”. Gli ingredienti principali devono essere: farina di frumento; zucchero; uova di gallina di categoria “A” o tuorlo d’uovo o entrambe, in quantità tali da garantire non meno del 4% in peso in tuorlo; percentuale di materia grassa butirrica non inferiore a 16; uvette e scorza di agrumi canditi (arance e cedri), non devono scendere al di sotto della soglia del 20%; lievito naturale costituito da pasta acida.

Il processo produttivo comincia con la preparazione del lievito madre di pasta acida a partire da un composto costituito da acqua e farina di frumento, acidificato dall’attività fermentativa di lieviti e batteri lattici provenienti da un impasto utilizzato nel ciclo produttivo precedente.

Non appena il lievito madre ha triplicato il suo volume vengono aggiunte le uova, il burro, lo zucchero e la farina e il tutto viene lasciato lievitare per circa 12 ore a T intorno ai 30°C fino a quando non si sia quadruplicato.

Una volta raggiunte le dimensioni definitive il composto subisce una seconda lavorazione, con l’aggiunta ulteriore di uova, farina, burro, zucchero, uvetta e canditi e dopo essere posto negli stampi viene lasciato lievitare nuovamente. Durante la seconda fase di lievitazione viene praticata la scarpatura, operazione tramite cui viene effettuata un’incisione a forma di croce sulla superficie dell’impasto in modo da favorire il rigonfiamento del panettone. Dopo la cottura, per circa 1h a 180°C, il dolce viene fatto raffreddare capovolto per almeno 10 ore.

 La Location

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Boscolo Circo Massimo è un Boutique Hotel con spazio eventi unico in quanto si sviluppa all’interno del Palatino e delle Mura Romane, proprio di fronte al Circo Massimo. Un vero e proprio museo a cielo aperto nel cuore del Centro Archeologico Monumentale, tra le mete preferite dai romani e dai turisti di tutto il mondo. I corridoi e le pareti della struttura, comprese quelle della Sala degli Eventi, sono patrimonio artistico e culturale del Palatino. Nella Corte principale dove si sviluppa lo spazio esterno, si trova l’abside di Santa Anastasia. La facciata, eretta nel tardo ‘600, funziona come maschera della struttura stessa, quasi un fondale scenografico: su di essa, a coronamento del motivo a oculi che caratterizza il cornicione, si trova la “mano di Cicerone” come ancora viene denominato questo calco in gesso. Il prospetto, in un gioco architettonico di pieni e vuoti, si sviluppa tra le finestre di varia geometria e le due porte laterali, tutte incorniciate a stucco con i gigli farnesiani. L’edificio fu infatti eretto come Monastero annesso alla limitrofa Chiesa di S. Anastasia. Una location suggestiva, colma di storia, che offrirà l’opportunità a tutti i partecipanti di visitare eccezionalmente la mostra sulla storia della cucina e della gastronomia italiana ideata dal noto chef Rossano Boscolo, proprietario dell’edificio.

I Media Partner

Roma Today, MangiaeBevi, Radio Radio, Gusto Sano, Bio Magazine, So Wine So Food e Food Confidential.

 

UFFICIO STAMPA

BORTOLAN & CARNEVALI

Belinda Bortolan

cell. 3357011993

belinda@bortolancarnevali.com

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Maritozzo Day 2019 – dedicata ai supereroi e supereroine

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MARITOZZO DAY 2019

Sabato 7 dicembre 2019 torna l’appuntamento con il Maritozzo Day. Giunto alla terza edizione, il Maritozzo Day è un evento organizzato da Tavole Romane che celebra la morbida pagnottella ripiena in varie declinazioni dolci, salate, classiche e innovative. Un dolce simbolo di Roma e più in generale del Centro Italia. Secondo antiche tradizioni era per alcuni il dono del fidanzato alla futura sposa, ripieno non solo di panna ma anche di un anello o di un oggetto d’oro, per altri il pretesto donato dalle ragazze in età da marito al più bel giovane del paese, che avrebbe scelto l’artefice del più buono.

Quest’anno l’iniziativa lancia la campagna benefica ‘E se partecipare fosse il tuo superpotere?’ a favore della Breast Unit dell’Ospedale Fatebenefratelli – Isola Tiberina di Roma.

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Dott.ssa Patrizia Frittelli, Direttrice della Breast Unit Fatebenefratelli-Isola Tiberina

ARRIVANO COSI’ I SUPEREROI A SOSTEGNO DEL MARITOZZO DAY 2019

Per evidenziare l’impegno solidale, quest’anno il Maritozzo Day lancia la campagna di comunicazione dedicata ai supereroi e alle supereroine. I grandi eroi sono le donne che combattono il tumore al seno, i medici che le curano, i familiari che le supportano, gli artigiani che mettono a disposizione questa prelibatezza gastronomica contribuendo al tempo stesso alla valorizzazione di questa tradizione e chi sceglie di partecipare al Maritozzo Day da appassionato, o semplicemente da curioso, donando il suo contributo per la causa. Anche un semplice euro e un semplice maritozzo possono fare di noi dei supereroi.

Maritozzo day 2019

Quest’anno, infatti,  l’evento sostiene  l’acquisto di un casco anticaduta dei capelli da utilizzare durante la chemioterapia per la lotta del tumore al seno. Grazie a una donazione minima da 1 euro in su, a fronte di ciascun maritozzo offerto dai locali aderenti fino ad esaurimento scorte, si potrà contribuire a questa importante causa. Chiunque potrà contribuire alla causa tramite bonifico:

IBAN: IT27Y0100503206000000002514

CAUSALE: Maritozzo Day per acquisto casco chemioterapia

INTESTATO A: SEZIONE ONLUS DELLA CASA GENERALIZIA DELL’ORDINE OSPEDALIERO SAN GIOVANNI DI DIO – FATEBENEFRATELLI

La raccolta fondi sarà interamente devoluta alla Breast Unit dell’Ospedale Fatebenefratelli.

Il Maritozzo Day è rosa per l’occasione benefica. Sul sito maritozzoday.it saranno indicati anche gli artigiani che offriranno un maritozzo “rosa” realizzato con farine poco raffinate, basso contenuto di zucchero o sostitutivi naturali, senza lattosio, con aggiunta di frutti rossi, semi e frutta secca. Una versione alleggerita della nota  pagnottella, adatta a essere consumata anche da persone che stanno attraversando un momento delicato di salute.

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Il Maritozzo Day è in crescita. Aumentano gli artigiani e i locali coinvolti nel 2019: sono circa 70 le attività partecipanti lungo tutta la Penisola.  Tanti i locali che offriranno più tipologie di maritozzi (dolci, salati, tradizionali con panna o uvetta nell’impasto, adatti a vegani, intolleranti al glutine) e diverse versioni saranno appositamente create per l’evento e proposte esclusivamente per il Maritozzo Day. Grazie al contributo di pasticceri, panificatori, chef e ristoratori uniti nel nome del maritozzo, l’obiettivo di quest’anno è superare di gran lunga il numero di maritozzi distribuiti nella passata edizione.

COME PARTECIPARE AL MARITOZZO DAY 2019 E COME DONARE

A partire dalle ore 10.00 del 7 dicembre 2019 i locali aderenti all’iniziativa omaggeranno i partecipanti con i loro maritozzi a fronte di una piccola donazione minima di 1 euro. Per prendere parte alla grande festa occorre collegarsi al sito  maritozzoday.it, consultare la lista degli esercenti aderenti all’iniziativa, anche su comoda mappa, e scaricare il coupon da mostrare sul telefono o stampato nei locali aderenti. Ogni partecipante potrà fruire di un maritozzo in ciascun locale.

La donazione potrà avvenire direttamente presso il locale versando in un apposito contenitore che rimarrà esposto per un mese (dal 7 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020), una quota minima di 1 euro a maritozzo. Il ricavato da ciascun locale sarà devoluto completamente a favore della causa. Sarà possibile donare anche tramite bonifico bancario e anche acquistando le tazze dedicate alla specialità romana sul sito maritozzoday.it o presso i punti vendita che saranno indicati sui canali social e sul sito.

Inoltre, presso una serie di ristoranti, osterie e pizzerie – indicati sul sito dell’evento – tutti i maritozzi lovers potranno assaggiare anche dei maritozzi inediti o perché offerti dal locale per l’occasione o perché inclusi in carta per l’evento stesso.

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Organizzazione

Tavole Romane – ideatori e organizzatori della manifestazione

Media Partner

Dimensione Suono Roma

RomaToday

Partner Tecnici

Passion Fruit Hub Media Food

Slurp Design

 

Maritozzo Day 2019

Contatti

Sito: maritozzoday.tavoleromane.it

Evento Facebook: Maritozzo Day 2019

Instagram @maritozzoday

email: maritozzoday@tavoleromane.it

#maritozzoday19 #maritozzoday

 

UFFICIO STAMPA

Passionfruithub Media Food

Arianna Fusilli +39 349 7508566

Arianna Mauro +39 392 7436236

Mariolina Pepe +39 334 298568

Email: press@passionfruithub.com

www.passionfruithub.com

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La Vendemmia di Roma 2019. Dal 14 al 20 ottobre

La Vendemmia di Roma 2019

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Terza edizione per LA VENDEMMIA DI ROMA, l’appuntamento esclusivo che abbina il buon gusto all’esperienza condivisa nell’ambito di vino e moda. Conferenza Stampa tenuta presso Associazione Civita, Piazza Venezia, 11 – Roma.

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Nata come versione capitolina del format milanese di Via Montenapoleone, la manifestazione celebra il connubio tra il mondo della moda e del vino, due pilastri del Made in Italy, e vede coinvolti per il terzo anno consecutivo i grandi marchi del lusso e le più prestigiose cantine nazionali e internazionali, con la partecipazione dei migliori ristoranti e degli hotel 5 stelle lusso.

Organizzata con il patrocinio dell’Associazione di Via Condotti, La Vendemmia di Roma avrà luogo quest’anno nel centro storico della Capitale tra Via Condotti, Piazza di Spagna, Via Borgognona, Piazza San Lorenzo in Lucina, Via Bocca di Leone, Piazza San Lorenzo in Lucina e Via Fontanella Borghese.

Sono intervenuti:

Andrea Amoruso Manzari, ideatore e organizzatore La Vendemmia di Roma

Tatiana Campioni, assessore al Commercio Municipio I Roma Centro

Antonio Russo, coordinatore advertising Radio Dimensione Suono

Raffaele Pasquini, head of Marketing & business development Aeroporti di Roma

Lorenzo Ruggeri, Giornalista Gambero Rosso

Palazzi storici, boutique, ristoranti e hotel 5 stelle lusso apriranno le porte agli ospiti della Vendemmia coinvolgendoli nelle attività previste. Molte sono infatti le nuove proposte messe in piedi quest’anno da Andrea Amoruso Manzari, organizzatore dell’iniziativa e ideatore di alcuni format al suo interno, che afferma:
La Vendemmia vuole essere un motore trasversale di condivisione affinché, nel più importante e ricco scenario artistico del mondo, gli operatori professionali del distretto del lusso possano offrire esperienze gourmet, fashion e design incentivando il turismo nazionale ed internazionale.

Durante la Conferenza Stampa sono stati serviti vini della cantina Castel De Paolis, il Frascati DOC e il Quattro Mori da uve Syraz, Merlot, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot. Molto apprezzati da tutti noi.

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Si comincia Lunedì 14 ottobre con un importante momento formativo riservato agli Store Manager, al Management e alla forza vendite dei brand presenti sul territorio. Sarà organizzata in questo contesto, con materiale didattico integrato, una giornata dedicata a temi utili per integrare e arricchire l’approccio della vendita verso una tipologia di clientela selezionata. Verranno infatti affrontati argomenti tecnici, statistici, comportamentali e funzionali indispensabili per migliorare le performance di vendita e di servizio alla clientela internazionale. Il Sell training  si svolgerà dalle ore 17.30 al Grand Hotel Plaza, location partner della Vendemmia; al termine dell’incontro seguirà un cocktail privato per tutti i partecipanti.

Martedì 15 ottobre, unicamente per gli sponsor o per chi avrà aderito alle VLE (VIP Lounge Experience), verranno organizzate diverse experience dedicate allo shopping al vino o al tartufo. Per un massimo di 40 persone saranno organizzate Shopping Experience presso alcuni luxury brand offrendo cocktail di benvenuto e visita privata in spazi esclusivi. La Wine e la Truffle Experience avranno luogo invece in specifiche lounge selezionate esclusivamente per gli sponsor dove gli ospiti potranno degustare privatamente i pregiati vini del Comitato dei Gran Cru o immergersi in un’esperienza multisensoriale per imparare a riconoscere e apprezzare il tartufo.

Altra serata esclusiva e rigorosamente ad inviti è la Cena di Gala placée, riservata ad imprenditori, esponenti di spicco dei brand e sponsor aderenti alla manifestazione, che avrà luogo mercoledì 16 ottobre presso Palazzo Albani del Drago sede dello Studio Legale Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners, secondo location partner della Vendemmia.

Giovedì 17 ottobre sarà la volta dell’evento “clou” della Vendemmia, una grande ed esclusiva festa “made in Italy” che quest’anno vedrà coinvolte oltre 80 fashion boutique, numero in rilevante crescita rispetto al passato, che ospiteranno i convenuti in orario serale per presentare le ultime collezioni e far conoscere e degustare alcune tra le più prestigiose cantine vinicole italiane associate al Comitato dei Gran Cru d’Italia. Quest’anno, inoltre, si aggiungeranno anche i brand del lusso di Fiumicino grazie ad un accordo siglato da Andrea Amoruso Manzari con Aeroporti di Roma per organizzare la Vendemmia nel Terminal E del Leonardo da Vinci declinando il format della Vendemmia e portando il numero totale dei marchi del lusso aderenti a oltre 100.

Novità totalmente riservata ai “millennials” è Vendemmia Young (dress code “Colorful Night”), un party esclusivo dedicato al target high level dei millennials e dei trentenni che proprio il 17 ottobre, dopo i cocktail delle boutique del centro di Roma, vedrà organizzare alla Casina Valadier, terzo location partner della Vendemmia, una serata con open bar, DJ Set organizzato da RDS Dimensione Suono Soft (media partner de La Vendemmia di Roma), live performance, lounge privata ed esclusiva dove far scoprire ai giovani,  l’arte del buon bere improntata alla qualità e senza eccessi.

Il 18 e il 19 ottobre l’esperienza continua: durante i normali orari di apertura, le Boutique aderenti garantiranno alcuni benefit ai clienti in possesso della Vip Card, quali un tasting dei migliori vini, espressione della casa vinicola partner della boutique, l’opportunità di ricevere i propri acquisti direttamente in hotel/casa, un sales assistant dedicato e la possibilità, su richiesta, di fare shopping oltre l’orario di apertura.

Questa edizione della Vendemmia vede su iniziativa dell’organizzazione romana della Vendemmia, una importante collaborazione con Class Editori e Gambero Rosso con cui è stata realizzato una rivista dedicata alla Vendemmia in 3 lingue (inglese, cinese e italiano) con diffusione nazionale e internazionale (30 paesi) che verrà distribuita in tutti gli hotel di lusso, nei negozi, nei ristoranti e in aeroporto a Fiumicino.

Per tutta la settimana, inoltre, i ristoranti più esclusivi del centro di Roma creeranno particolari menù, con focus sul vino, e proporranno una degustazione speciale di vini selezionati al bicchiere, mentre clienti ed ospiti degli hotel 5 stelle lusso aderenti avranno la possibilità di gustare dei menù “ad hoc” che prevedono abbinamenti enogastronomici ed usufruire di pacchetti esclusivi di accoglienza, una ulteriore iniziativa atta a incrementare l’afflusso turistico nazionale e internazionale.

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SAPORE DI PONZA – Alla scoperta di EEA, esclusiva, elegante, autentica

EEA Ponza

Ponza e vigneto di Biancolella

SAPORE DI PONZA – Alla scoperta di EEA, esclusiva, elegante, autentica – Torna dal 13 al 15 settembre a Ponza la II Edizione della manifestazione diffusa, nata per la valorizzazione delle risorse autoctone e delle eccellenze agroalimentari tradizionali dell’isola. Saranno tre le giornate alla scoperta dell’isola tra piatti tipici come la parmigiana di cactus e prodotti come la bottarga di pesce spada e il tonno alalunga sott’olio. Non solo cibo ma anche trekking, storia, archeologia e la vendemma del Biancolella, insomma una ventina di proposte per svelare ai turisti una Ponza a 360°.

L’evento è curato dalla giornalista Tiziana Briguglio per la Proloco e l’Istituto Comprensivo Carlo Pisacane di Ponza e pensato per rendere l’isola attrattiva tutto l’anno con la promozione di nuove forme di turismo incentrate su ricchezze storiche, paesaggistiche ed enogastronomiche.

L’isola offre, oltre al pesce, anche molti legumi come lenticchie e cicerchie di ottima qualità e tra i vigneti oltre al Biancolella abbiamo Pedirosso e Aglianico.

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La manifestazione farà scoprire ai turisti  una terra inedita, esclusiva, elegante e autentica.

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Qui il programma

 

Contributo della Camera di Commercio di Latina, dell’Arsial, la collaborazione dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Lazio e Toscana, dell’Arga Lazio e il patrocinio anche della Camera Italo Estera CC-ICRD “Italia Caraibi e America latina”, del Comune di Ponza, di Confcommercio Lazio Sud, della Fondazione Bio Campus e della Chaîne des Rôtisseurs Association Mondiale de la Gastronomie Bailliage nazionale d’Italia, Bailliage di Frosinone e Bailliage Toscana Francigena.

Ponza Biancolella

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Vermicelli al sugo di gallinella di mare

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La ricetta proviene da un libro bellissimo dove sono raccolte le ricette della cittadina di Anzio. Nel dialetto locale il còccio è la gallinella di mare. Tempo fa sbirciando in rete per cercare notizie sulla Zuppa Portodanzese,  mi sono imbattuta in un libro interessante:

LE RICETTE DEI NONNI. Piatti Tradizionali della Cucina Portodanzese –  A cura di Andrea Mingiacchi – Associazione Culturale Tre Zeri 42, 00042.

Cercando di capire dove poterlo acquistare, ho scoperto che non lo era affatto o meglio non era più possibile reperirlo presso l’Associazione Culturale  Tre Zeri. Cosi decisi di scrivere direttamente all’autore e lui fu cosi gentile da inviarmene una copia.

Il libro è ben costruito, ci sono delle bellissime foto di Anzio ma sopratutto ci sono i ricordi che, attraverso i sapori dei piatti tradizionali locali, ti riconducono a casa dei nonni quando a tavola c’erano per tutti i piatti più semplici.

Più che un libro un progetto: una raccolta di ricette tradizionali locali per tracciare la memoria di un territorio. Qui trovi la semplicità degli ingredienti e dell’esecuzione nella realizzazione di piatti saporiti e variegati con prodotti poveri.

Il mare e la terra caratterizzano i piatti di Anzio. Molti i legumi con pasta e fagioli, pasta e ceci e pasta e lenticchie. Proteine nobili che unite a rimasugli di pasta sfamavano famiglie intere.
Il mare, con la “mazzana” (pesce povero) e lo “sgavajone” una varietà autoctona simile alle gallinelle di mare, regalano sapore a minestre semplici spolverate di pecorino.

Le alici, altra fonte importante di cibo, da utilizzare sia fresche in tortini o con la pasta per primi piatti o nell’attività conserviera casalinga. Chi non faceva, o forse fa ancora, un “cugnetto” d’alici in casa? Si tratta di alici sotto sale, una risorsa che si prepara adesso da maggio ad agosto quando le alici sono più adulte.

Anche la palamita, molto meno costosa del tonno, è perfetta per la conservazione sott’olio.

Tra le tante ricette descritte, ho scelto questa dei Vermicelli al sugo di gallinella di mare,un piatto semplice ma saporito e per renderlo ancora più carico di sapore ho voluto seguire il consiglio scritto nel libro a nota della ricetta stessa:

Per arricchire il sapore del piatto, potete preparare un brodo con le rimanenze del “coccio”, utilizzandolo poi nelle diverse fasi della cottura“.

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Vermicelli ar sugo de còccio

Ingredienti per 4 persone

1 kg di gallinelle

1 kg di pomodori pachino e san marzano

320 g di vermicelli

100 g di pecorino romano

100 ml di vino binco

10 cucchiai di olio extravergine di oliva

1 spicchio di aglio

1 filetto di acciuga (consigliato)

peperoncino q.b.

prezzemolo q.b.

Lavate con cura e sfilettate le gallinelle, chiamate “còcci” in dialetto portodanzese.

In una padella con l’olio fate soffriggere per qualche minuto lo spicchio di aglio, il peperoncino e l’acciuga.

Poi aggiungete i filetti delle gallinelle e il vino, e quando l’acool sarà evaporato unite i pomodori tagliati in pezzi lasciando sul fuoco per 8-10 minuti.

A parte fate cuocere i vermicelli in abbondante acqua salata, facendo attenzione a scolarli molto al dente.

Versare la pasta nel sugo ancora in cottura, spolverare di pecorino e mantecate il tutto per un paio di minuti.

Servite in tavola adagiando i filetti sopra la pasta con del prezzemolo tritato.

N.B. La mia variante, seguendo i consigli dell’autore, è stata di utilizzare gli scarti delle gallinelle per farne un brodo insieme a sedano, carota e cipolla. Ho abbondato con l’acqua perchè il brodo saporito che ne è derivato, è stato il liquido di cottura dei vermicelli.

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Roma Hortus Vini. Festival dei vitigni autoctoni del Vigneto Italia

Roma Hortus Vini

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LUCA MARONI IN COLLABORAZIONE CON L’ORTO BOTANICO PRESENTA

“ROMA HORTUS VINI”, FESTIVAL DEI VITIGNI AUTOCTONI DEL VIGNETO ITALIA.

SOTTO UN CIELO DI UN MILIONE DI STELLE, DEGUSTAZIONI AL CHIARO DI LUNA DARANNO VITA A UNA FESTA TRA I PROFUMI DEI VINI E LA BELLEZZA DELLA NATURA.

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L’evento si svolgerà il 20, 21 e 22 giugno 2019, dove si degusterà, per la prima volta in Italia, una selezione dei Migliori Vini Italiani, frutto dei vitigni autoctoni, lavorati in purezza, impiantati nel Vigneto Italia, primo museo ampelografico italiano che ne raccoglie 155 varietà. 

ROMA, ORTO BOTANICO – 20-21-22 GIUGNO 2019

18:30 – 23:45 apertura al pubblico e inizio degustazioni libere (23:00 ultimo ingresso)

Il costo del biglietto di ingresso è di € 25. In omaggio il bicchiere e la tasca porta bicchiere. A disposizione del pubblico dei plaid per la degustazione guidata da Luca Maroni e un’area food a pagamento.

Luca Maroni, presenterà questo evento unico, per festeggiare il primo anno di vita del progetto “Vigneto Italia”, da lui voluto e realizzato insieme al Museo Orto Botanico – Università di Roma, La Sapienza in partnership con Vivai Cooperativi Rauscedo.

Luca Maroni ha voluto, infatti, creare questo evento per far scoprire i vitigni italiani e far assaporare i vini che ne sono prodotti. Il tema della riscoperta e della conservazione dei vigneti autoctoni è a lui molto caro avendo molto fatto per la rinascita dei vigneti sia nel caso della rinascita della vigna, prima, e del vigneto, poi, di Leonardo da Vinci, sia con questo progetto di ampio respiro.

Saranno tre giorni eccezionali in cui si potrà passeggiare per la prima volta nell’Orto Botanico di Roma che apre le sue porte al pubblico per mostrare ciò che ancora non si conosceva. Tre giorni di degustazioni libere dei vini monovitigno prodotti da una selezione delle migliori cantine italiane saranno arricchiti da performance artistiche e musicali e, per ognuna delle tre serate, ci sarà una suggestiva “Dégustation sur l’herbe” condotta da Luca Maroni. Durante la manifestazione ci saranno tanti piccoli punti con cibo street food (a pagamento) da gustare mentre si passeggia.

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Come sempre, la musica si accompagnerà al vino, seguendo delle jam session straordinarie.

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PROGRAMMA DELLA MANIFESTAZIONE

20 – 21 – 22 giugno 2019

  • 17:30 – apertura e accesso all’Orangery per il Convegno
  • 18:00 – inizio congresso in Orangery (SOLO SU INVITO)
  • 18:30 – apertura al pubblico e inizio degustazioni libere
  • 22:00 – degustazione guidata da Luca Maroni
  • 23:00 – ultimo ingresso
  • 23:45 – chiusura manifestazione

I CONVEGNI

Il contesto nel quale prende vita Roma Hortus Vini è di altissimo valore scientifico. L’apertura di ogni giornata di manifestazione sarà arricchita, infatti, da tre brevi convegni scientifici organizzati dalla Direzione dell’Orto Botanico – che è parte del Dipartimento di Biologia Ambientale dell’Università La Sapienza di Roma – dai nostri partner tecnici Vivai Rauscedo e da Luca Maroni. Il convegno sarà riservato a un nucleo selezionato fra i principali rappresentanti del mondo accademico europeo ed esponenti stampa e pertanto si potrà accedere all’Orangery solo tramite invito.

Doppiamente coinvolto nelle vesti di padrone di casa e di moderatore degli incontri sarà Fabio Attorre, attuale direttore del Museo Orto Botanico. Il Prof. Attorre è docente presso l’università Sapienza di Roma Dipartimento di Biologia Ambientale. Negli anni ha maturato esperienza in programmi di cooperazione ambientale: ha collaborato con gruppi di lavoro nazionali e internazionali per valutare lo stato di conservazione degli habitat ed elaborare strategie di conservazione efficaci. Insegna un approccio ecosistemico alla conservazione della biodiversità.

I temi delle tre sezioni del convegno saranno:

– La ricchezza ampelografica – Eugenio Sartori, Vivai Cooperativi Rauscedo

– La viticoltura biodinamica moderna – Leonello Anello

– Le varietà autoctone italiane e i sensi – Luca Maroni

Il Vitigno Italia – Primo museo ampelografico italiano

Vigneto Italia” è la prima raccolta ampelografica in Italia che raccoglie ben 155 vitigni autoctoni essendo il primo Museo Ampelografico italiano, provenienti da tutte le Regioni d’Italia. Non esisteva ancora in Italia (e nel mondo) un museo vivo che raccogliesse le principali varietà di uve autoctone nazionali pur essendo l’Italia il paese leader qualiquantitativo del mondo quanto a biodiversità della vite (circa 500 le varietà autoctone italiane attualmente riconosciute e/o censite), e più ancora essendo il nostro paese il leader qualiquantitativo mondiale della produzione con circa 50 milioni di ettolitri nel 2018.

L’idea di Luca Maroni è stata subito accolta positivamente dalla Direzione dell’Orto Botanico, e votata all’unanimità dal Consiglio del Dipartimento di Biologia Ambientale dell’Università La Sapienza di Roma, Ente proprietario cui spetta la gestione del Museo Orto Botanico. La base di rappresentatività di partenza è quella regionale, ovvero la selezione delle più importanti varietà autoctone di ognuna delle 20 regione italiane. 153 i vitigni selezionati per l’impianto di avvio. 2 il numero di piante per varietà, per un totale di 306 piante da porre a dimora nei 520 mq. dell’Orto Botanico destinati all’impianto del Vigneto Italia (vigna che è cinta dalle Mura Aureliane di Roma risalenti al 270 d. C.). La collezione è completata dalle 15 varietà d’uva straniere più celebri al mondo. Il vigneto è stato impiantato ed è condotto con tecniche di agronomia biodinamica, quindi con impatto ecologico-inquinante-chimico pari a zero. Responsabile dell’impianto, il Dottor Leonello Anello, massimo esperto italiano della viticoltura biodinamica moderna. Il partner tecnico principale dell’operazione è la VCR, Vivai Cooperativi Rauscedo, leader mondiale nel campo della vivaistica viticola, che ha aderito entusiasticamente al progetto, fornendo gratuitamente tutte le barbatelle e i portinnesti delle varietà autoctone selezionate per il primo impianto. Le viti sono state impiantate il 3 aprile del 2018, e godono tutte di ottima salute.

CHI È LUCA MARONI

Luca Maroni è un romano che ama le sue origini i cui toni vibranti si affacciano, nel momento scherzoso, nel suo coltissimo eloquio. È un ex astemio, divenuto per “pura volontà” (come lui stesso ama raccontare) degustatore di oltre 300.000 vini, per i quali si impose, quasi 3 decenni fa, di trovare un metodo oggettivo per comprendere il vino, i suoi profumi, la sua integrità, il suo equilibrio. Entrare in contatto razionale con la sua piacevolezza, arrivando a distinguere l’anima del frutto che lo ha prodotto, è il punto d’arrivo di un’analisi che può sembrare complessa e che invece è semplice e rigorosa. Il modo di raccontare la sua avventura, ancora in essere oggi, è pieno di passione e sensualità: il vino è vivente e ascoltarlo mentre ne parla è come arrampicarsi su colline sinuose, apprezzando la mineralità della terra, il profumo dell’erba tagliata, il succo di un’albicocca. È colui che, come Martin Lutero, ha eliminato l’officiante del rito: il rapporto tra l’uomo e il suo vino è diretto, senza intermediari. Perché questo fosse possibile, ha realizzato una ricerca pluriennale sulla relazione esistente tra la composizione chimico-fisica del vino e il suo comportamento sensoriale. Così è riuscito a determinare in una formula la struttura chimica della piacevolezza del vino che ne permette quindi la riproducibilità tecnica, come da anni per il resto dell’alimentare.  Ma non finisce qui. Luca Maroni è anche autore della voce “degustazione del vino” dell’Enciclopedia Treccani, è firma di produzioni radio, web e tv sul vino da Sky a La7, e, da ventiquattro anni, dell’Annuario dei Migliori Vini Italiani.

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Protagonista del re-impianto della vigna milanese di Leonardo da Vinci, ha anche ri-composto l’intero vocabolario del genio fiorentino. Sue le scoperte più innovative in tema di tensorialità, tra scienza e gusto, tema che tuttora domina la sua continua ricerca: ha infatti realizzato infatti la Ruota Sensoriale Sinestetica, che rappresenta un’orchestra di assonanze e corrispondenze tutte scientifiche, mai concepita prima. Tramite essa si possono esplorare le sensazioni, descrivendole in tutta la loro ricchezza: infatti la sinestesia è il fenomeno sensoriale-intellettivo consistente in una sensazione auditiva, e/o visiva, e/o olfattiva in concomitanza di una stimolazione-percezione di natura sensoriale diversa, ad esempio gustativa e/o tattile. Inoltre è l’ideatore e lo sviluppatore del primo museo ampelografico italiano VITIGNO ITALIA, presso l’Orto Botanico di Roma, in collaborazione con l’Università la Sapienza di Roma che ha realizzato con lui questo progetto così importante per la conservazione, lo sviluppo e la diffusione della conoscenza della cultura vitivinicola italiana che raccoglie ben 154 vitigni autoctoni che ormai è ad un anno dalla sua nascita.

CHI È FRANCESCA ROMANA MARONI – DIRETTORE GENERALE del Gruppo Luca Maroni

Gli esiti delle degustazioni di Luca Maroni – pubblicati sull’Annuario – divengono riconoscimento e grande festa condivisa in occasione degli eventi con lo stesso brand che parlano e respirano vino, cultura, arte e musica, la cui organizzazione è opera di sua sorella Francesca Romana Maroni, autrice di format culturali anche all’estero, nel nome dell’eccellenza, dell’accoglienza e del convivio. Forza propulsiva entusiasta e inesauribile dell’azienda, laureata in Metodologia della Critica dello Spettacolo, firma da oltre 30 anni progetti di creazione e di comunicazione: dalla moda con Gucci alla farmaceutica, passando per la finanza, la grafica, il turismo ed il mondo delle assicurazioni, ha sviluppato uno stile organizzativo del tutto personale, frutto di esperienza e di quel mix straordinariamente italiano fatto di tradizione, sperimentazione e contaminazioni.

La comunicazione l’ha studiata e fatta propria operando per anni anche in ambito televisivo: si è così impadronita dei meccanismi della divulgazione e dell’intrattenimento, assimilati grazie a traduzioni e adattamenti di centinaia di documentari e fiction televisive. Eppure, il suo karma più profondo e la mente naturalmente votata all’analisi l’hanno sempre richiamata all’ambito organizzativo e al suo talento innato di creare ordine e connessioni fra elementi disparati, così da realizzare al meglio gli obiettivi prefissati.

Per la filosofia operativa e la visione strategica di Francesca non esiste distinzione fra “chi si è, cosa si fa e come: noi tutti siamo quello che facciamo”. Per questo i suoi eventi sono la traduzione fisica dell’universo culturale e di gusto che condivide con il fratello ed in essi si depositano memorie, suggestioni e aspirazioni di un modo di ricevere caldo, avvolgente, sensibile. L’obiettivo è trasmettere agli ospiti la sensazione di essere accolti in un mondo dalle mille sfaccettature nel quale la sorpresa origina dalla curiosità, dalla semplicità e dal rispetto con cui si accolgono amici in casa propria e si condividono emozioni e sorprese inattese.

Questa sarà la cornice di Roma Hortus Vini che immagino di notte sarà ancora più suggestiva!

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Info

www.romahortusvini.comwww.imiglioriviniitaliani.comwww.lucamaroni.com

#romahortusvini #lucamaroni #thewaytotaste

 

 

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Zuppa di Pesce Portodanzese di Livio Jannattoni

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Girovagando e scrutando un pò nel web ho trovato pochissime notizie su un piatto della tradizione laziale, più precisamente di Anzio: la Zuppa di pesce Portodanzese.
Come la maggior parte dei piatti tradizionali, l’origine è povera e veramente spartana. Ho scovato un paio di ricette che citano la Zuppa di pesce Portodanzese composta da pesce di paranza, prevalentemente pesce bianco (quindi senza molluschi), e verdure senza pomodoro. Dal nettare che se ne trae, dopo bollitura e il passaggio nel passaverdure del solido, si immergono avanzi di pasta per servire una saporitissima zuppa. Ho trovato anche, su un testo a me caro di Livio Jannattoni “La Cucina Romana e del Lazio”, una versione più ricca della Zuppa di pesce Portodanzese.
La Zuppa di pesce non è mancata mai nemmeno a Roma, oltre che nei centri marinari. Primo fra tutti Civitavecchia, poi Anzio e, ultima arrivata, Ladispoli. Oltre le località di grande rinomanza ittica, lungo le coste della Provincia di Latina, che già tanto sanno di “napoletanità”.
Nel 1929 nel suo ormai classico volume sulla cucina romana, Ada Boni non accoglie la Zuppa di pesce. Una trentina d’anni più tardi, allargando il proprio orizzonte geografico, in una grande carrellata sulle Zuppe di pesce italiano, includerà pure la Zuppa di Civitavecchia e quella delle coste laziali in generale. Con 9 qualità di pesce per ciascuna. Oggi si arriva al massimo a 7-8.
Arriva a 9 varietà anche la Zuppa di Pesce Portodanzese, come si ritrova in un ricettario della gastronomia marinara anziate.
Dieci varietà si riscontrano invece nella Zuppa di pesce alla romana, che Carnacina e Buonassisi hanno curato in particolare, con un testo molto lungo. E sempre con 10 qualità di pesce!
Non è stato facile, perchè non abitando a stretto contatto con mare e porti, la reperibilità del pesce è l’ostacolo più arduo da superare: ho avuto, così, l’idea di chiedere aiuto ad una collega che vive a Nettuno e che ringrazio, per avere una maggiore scelta. Con tutto ciò non ho trovato proprio le specie che detta la ricetta originale e quindi ho eseguito tre modifiche che vi dirò a breve*.
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Vi descrivo la ricetta originale di Jannattoni e fra le parentesi vi suggerisco le modifiche che ho dovuto apportare per mancanza di reperibilità di alcune specie di pesce. Anche l’esecuzione della ricetta ha delle varianti ma prettamente tecniche:
Zuppa Portodanzese
Per 6 persone
200 g di seppie
300 g di polpi
1 kg di pesce per zuppa (scorfano, tracina, coccio, trance di palombo, lucerna, marmora) (*io: al posto della lucerna, che non ho trovato, ho scelto delle canocchie e al posto della marmora ho scelto un fragolino e omesso le trance di palombo)
300 g di cozze
300 g di vongole veraci
800 g di pomodori pelati
mezzo bicchiere di vino bianco
aglio, peperoncino, sale
2 alici salate
olio extravergine di oliva
500 g di pane raffermo
Tagliate le seppie e polpi, metteteli in una pentola e fateli rosolare in un soffritto di olio extravergine, aglio e  peperoncino. Versate il vino e lasciate evaporare. Aggiungete le alici salate e diliscate, i pomodori e fate cuocere, a pentola scoperta, per circa mezz’ora. Quindi mettete giù il resto del pesce (bene mondato e pulito) e pochi minuti dopo le cozze e le vongole.
Andate avanti così per un quarto d’ora. Fin quando la zuppa sarà pronta. Mettete nei singoli piatti il pane, sul quale vanno distribuite, sempre equamente le varie specie di pesce e le cozze e vongole con la conchiglia. Bagnate tutto con un sugo abbondante, e cospargete di prezzemolo. Servite immediatamente calda.
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La mia esecuzione è stata un poco più “tecnica“, rispetto all’originale: sfilettate tutti i pesci, privando i filetti di ogni traccia di spine; eliminate il carapace alle canocchie e tenete da parte gli scarti. Fate particolare attenzione allo scorfano e alle tracine, hanno delle pinne sul dorso e spine e spuntoni un pò ovunque nel caso dello scorfano. Usate prudenza nel maneggiarli, anzi eliminate il prima possibile con delle forbici le parti che possono ferirvi. I filetti dei pesci puliteli bene eliminando le parti dure e tutte le spine con le apposite pinzette. Con gli scarti, tuttipreparate un fumetto mettendo, prima, a tostarli con l’olio extravergine, quasi a bruciacchiarli, poi aggiungete 3 litri di acqua, del sedano e una carota. Coprite, fate alzare il bollore, schiumate e poi lasciate a pentola scoperta e fuoco basso, deve diventare la metà del volume. Filtrate il brodo con un colino (si chiama chinese) e schiacciate bene ciò che rimane proprio per utilizzare tutto il liquido e il sapore. In una capace pentola mettete l’aglio, il peperoncino e l’olio extravergine fate soffriggere e aggiungete le alici diliscate. Schiacciate, con i rebbi di una forchetta, le alici fino a completo scioglimento e aggiungete i polpi e le seppie a pezzi. Fate soffriggere un poco, poi aggiungete il vino bianco, fate evaporare e ora aggiungete i pelati che prima però frullerete con un minipimer. Fate bollire a fuoco basso per circa mezz’ora. Intanto tagliate i pesci a pezzi più o meno di 5 cm e passata la mezz’ora di cottura del pomodoro adagiare i pezzi di pesci senza mescolare, solo adagiati e immersi nel sugo. Fate cuocere per almeno 15 minuti e poi aggiungete le cozze (prima aperte in un tegame solo con il calore della fiamma e un coperchio) e le vongole veraci (prima lavate poi spurgate in acqua e sale e aperte allo stesso modo delle cozze). Le ho aggiunte senza conchiglia per non rompere i filetti di pesce e ne ho lasciata qualcuna per decorare il piatto. In ultimo a pentola spenta ho messo le canocchie pulite senza carapace cosi si sono cotte solo con il calore della zuppa. Ho aggiunto del prezzemolo fresco tritato a mano e servito il tutto con fette di pane casareccio tostate e grattate con un poco di aglio per profumarle.
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 Note bibliografiche:
“La Cucina Romana e del Lazio” di Livio Jannattoni – Newton Compton Editori-Tradizioni Italiane Newton
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Carciofi alla Matticella, storia e leggenda

carciofi alla matticella

Dei Carciofi alla Matticella si trovano tracce in alcuni scritti dei Gesuiti che governarono la città al tempo dello Stato della Chiesa, come pure nei racconti dei nonni, tramandati di generazione in generazione.

carciofi alla matticella

In tempi lontani, quando i lavori nel vigneto venivano eseguiti interamente con le braccia, il contadino escogitava soluzioni ingegnose per ridurre la fatica. Una di queste consisteva nel piantare alla fine dei filari delle viti (le “capocciate”) delle piante di carciofi, che non amano terreni particolarmente lavorati e consentono di non zappare la “capocciata”.

Durante la potatura delle viti, il vigneto si riempiva di potatori e di “opere” (braccianti): i potatori tagliavano i sermenti (tralci di vite) e le “opere” li raccoglievano legandoli in fascetti (matticelle) che sarebbero serviti per la cottura del pane, per il fuoco della cucina e del forno.  Quelli di troppo venivano bruciati in grossi falò, la cui cenere, sparsa tra le viti, sarebbe stata un ottimo fertilizzante.

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LEGGENDA POPOLARE

Assuntina, la bella figlia di un fattore, non si accorse, mentre sorrideva contenta tra le braccia dell’amato Gliopordo, che il canestro con i carciofi, che doveva cucinare per la colazione degli operai, lasciato nei pressi di un “capanniolo” (antico sistema per reggere le viti) aveva preso fuoco, lasciando cadere nella brace i carciofi che, ormai, mostravano le foglie irrimediabilmente bruciacchiate. Per non incorrere nelle ire paterne, pensò di rimediare al disastro infilando nel cuore del carciofo, un po’ di aglio fresco che prese “dal petto del filone” (al centro dei filari di vite, da sempre coltivati con spezie ed ortaggi diversi), staccò qualche rametto di mentuccia selvatica dal “temmerone” (terrapieno/rialzo di terreno), aggiunse una buona dose di olio di oliva, franto qualche settimana prima, e li risistemò nella brace del falò.

Quando arrivarono il padre e gli operai per mangiare, li accolse con entusiasmo dicendo che quel giorno aveva preparato la colazione come un atto d’amore in omaggio alla “vite” ed ai “carciofi” che, da sempre, crescevano in simbiosi nel vigneto. Il padre della giovane, che sembrava burbero, ma in fondo aveva un cuore d’oro, accettò quell’atto d’amore ed ammise che era giusto: così come le persone festeggiavano un amore, anche la vigna che provvedeva al loro nutrimento, doveva essere festeggiata degnamente. Corse nel tinello e spillò dalla botte migliore, una “cannata” (brocca tipica) di vino fresco e beverino che quando passava nella gola era un piacere e, dato che i piaceri vanno goduti, bicchiere dopo bicchiere, quel giorno finì tra risate, brindisi e fu festa per tutti…

Il fattore stabilì e giurò che da quel giorno, il più bel filone d’uva sarebbe stato destinato a produrre vino per quell’occasione e che ogni anno la “primavera” avrebbe visto celebrato il matrimonio dei “carciofi” con la “matticella”.

Leggenda? Forse! Di fatto la “carciofolata” resta la scampagnata più bella, dove per magia sbocciano nuovi amori e i vignaioli se la ridono di chi afferma che con i carciofi il vino proprio non và d’accordo. “Chi nù ce crede che ‘o venga a provà”: per tradizione, ogni carciofo s’accompagna ad un bicchiere di vino.

LA RICETTA

Nelle normali ricette si indicano le quantità o le dosi per persona, in questo caso è preferibile non farlo, poiché di Carciofi alla Matticella se ne possono mangiare a gradimento, per cui diremo che:

Si prendono delle belle “mammole romanesche”, si asporta quasi completamente il gambo e si battono leggermente su un piano di marmo per allentarne i petali. Si riempiono con foglie di aglio fresco, foglioline di “mentuccia selvatica”, un pizzicone di sale, quindi si irrora con un abbondante dose di olio extravergine di oliva di frantoio.

I carciofi, così preparati , vanno infilati con cura, per ¾ del loro volume, nelle braci ardenti, ottenute “esclusivamente” dalle fascine di tralci secchi della vite (sermenti). La cottura che, a seconda della grandezza dei carciofi, richiede intorno alle due ore, deve essere ben controllata, spostando la posizione dei carciofi, almeno un paio di volte nella brace ben accesa, sorvegliando che non si cuociano troppo, pena una eccessiva secchezza e sapore di fieno bruciato; oppure troppo poco, pena un sapore erbaceo poco invitante. Assolutamente proibito cuocere i Carciofi alla Matticella in un camino o in un luogo chiuso, poiché la brace ha bisogno di ventilazione naturale e contribuisce a conferire a questa pietanza il suo tipico aroma.

Note

Alcuni buongustai giurano che il gusto e la morbidezza della cottura cambiano a seconda della qualità della vite da cui provengono i “sermenti”, così come la cottura effettuata in luogo chiuso renderà le foglie dei carciofi “ammanzerite”, cioè secche e dure, come dicevano i nostri nonni. E’ un punto d’orgoglio per ogni vignaiolo veliterno preparare, durante la vendemmia, il vino per la “carciofolata” e, anche se l’Enogastronomia ufficiale asserisce che i carciofi male si sposano con il vino, a Velletri i produttori di vino hanno sviluppato negli anni una notevole capacità di creare vini che si esaltano proprio con l’alta presenza di ferro del carciofo, ottenendo abbinamenti strepitosi, di cui essere fieri anche in campo internazionale.

L’olio che si usa per la preparazione dei Carciofi alla Matticella deve essere rigorosamente di frantoio e dell’ultima raccolta, ricco di profumi vegetali, sapidità e morbidezze; cocendo sulle braci deve sviluppare profumi “paradisiaci”. Sarà bravura di chi cuoce i carciofi lasciare che una parte dell’olio rimanga prigioniero delle sue foglie per permettere al commensale, quando lo gusterà, di appoggiarlo sopra una fetta di pane casereccio e, foglia dopo foglia, lasciare che l’olio scenda sulla fetta di pane, mescolando il suo colore verde a quello del carciofo.

Arrivati al “culetto”, ossia al cuore del carciofo, il fortunato degustatore dovrà stringerlo sul pane ed assaporare questa armonia di odori e di sapori.

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Riferimento storia e leggenda a cura di:

Il Consorzio SBCR (Sistema Bibliotecario per i Castelli Romani) è un ente pubblico cui aderiscono attualmente tutti i 17 Comuni dell’Area Castelli Romani: Albano Laziale, Ariccia, Castel Gandolfo, Ciampino, Colonna, Frascati, Genzano di Roma, Grottaferrata, Lanuvio, Lariano, Marino, Monte Compatri, Monte Porzio Catone, Nemi, Rocca Priora, Rocca di Papa, Velletri.

Nato nel luglio del 1997, gestisce il Sistema bibliotecario dei Castelli Romani con l’obiettivo della valorizzazione del patrimonio documentario territoriale, dedicandosi ai servizi che ne permettono la fruizione a tutti i cittadini attraverso un’organizzazione razionale, coordinata e efficiente di servizi culturali, di informazione e promozione, lettura e documentazione in genere.

Castellinforma.it, sito di divulgazione degli eventi di interesse culturale sociale e turistico dei Castelli Romani, curato dal Consorzio SBCR. Per conoscere e vivere il territorio.

Guida al Gusto dei Castelli Romani dove a pag. 28 trovate i Carciofi alla Matticella con altre informazioni. www.Visitcastelliromani.it e Facebook: https://www.facebook.com/visitcastelliromani/

Comune di Velletri

 

Altre ricette con i carciofi:

Carciofi alla giudia

Carciofi alla romana

Frittata con i carciofi

 

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Pizza Romana Day e il Manifesto della Nuova Pizza Romana

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Pizza sottile e croccante: Pizza Romana

IL 13 SETTEMBRE 2018 data del PIZZA ROMANA DAY:

LA FESTA DELLA PIZZA ROMANA

Roma ha celebrato la rinascita della sua pizza con un evento che ha coinvolto 20 pizzerie della capitale raggiungendo il culmine con la firma di un Manifesto, quello della Nuova Pizza Romana.

La Pizza Romana è sempre stata considerata inferiore alla pizza napoletana, consumata distrattamente e non sempre realizzata con gusto e qualità. Finalmente a Roma stiamo assistendo ad una piccola rivoluzione e nelle pizzerie si inizia a fare ricerca su impasti e condimenti. Il Pizza Romana Day è nata per celebrare la Pizza Romana e restituire dignità ad uno stile finora considerato marginale.

Organizzato e ideato da Agrodolce in collaborazione con GreenStyle e Repubblica Sapori, il Pizza Romana Day è stato l’evento che ha inaugurato la prima giornata nazionale dedicata alla Pizza Romana.

Negli ultimi 10 anni abbiamo visto nascere molte pizzerie di grande qualità e ricerca nella Capitale, ma quasi tutte hanno preferito interpretare questa ricetta in modo molto simile alla napoletana piuttosto che ispirarsi alla tradizione locale: quella romana della pizza tonda senza cornicione, gustosa, leggera, sottile e croccante.

Esiste, ha molti estimatori, è amata dagli abitanti della città eterna e non solo, e per questo merita il nostro rispetto e tutta la nostra attenzione. La nuova pizza romana è già qui, è comparsa sulla scena in punta di piedi. Pizzerie dedicate a questo stile rinnovato stanno nascendo velocemente e non sono più luogo di passaggio, veloce e distratto. Sono templi di qualità e ricerca, di grande maestria e passione.

Con il Pizza Romana Day inizia il lavoro dei firmatari di questo Manifesto: restituire dignità ad uno stile troppo spesso considerato marginale, inferiore, a volte addirittura inesistente. Una pizza che, invece, se realizzata con dedizione, può donare incredibili gioie al palato.

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Il Manifesto della Nuova Pizza Romana

L’evento è iniziato nella mattinata del 13 settembre, all’Osteria Di Birra Del Borgo con un dibattito moderato dalla giornalista Eleonora Cozzella di Repubblica Sapori: sul palco tre sostenitori degli stili più amati (napoletana, Enzo Coccia, romana, Lorenza Fumelli e Giancarlo Casa e degustazione, Davide Fiorentini) si sono così contesi lo scettro della pizza migliore.moderatori-nuova-pizza-romana

Un’epilogo non c’è stato, diciamo che, come sostiene saggiamente Giancarlo Casa, ognuna ha la sua pizza o la sua versione di pizza. L’importante sono le profonde conoscenze sulla maturazione dell’impasto, le materie prime di prima qualità e la cottura.

Personalmente amo la pizza romana, in quanto ha segnato le nostre uscite familiari quando ero bambina. A casa non si poteva spendere e le rare volte che si andava a mangiar fuori era per una pizza, un supplì e una gassosa. La pizza era molto democratica, si spendeva poco e i gusti erano: marinara, napoletana, margherita, funghi e capricciosa.

Questa era la nostra pizzeria a Garbatella “Er Panonto”. Qui andavamo con mamma e papà proprio a mangiare Pizza Romana.

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Pizzeria Er Panonto, foto presa da internet

Ora si va con le pizze gourmet i prezzi sono lievitati e non è più cosi economico come una volta, ma ben vengano le evoluzioni.

L’elenco delle pizzerie, non è ancora completo, ma sarà aggiornato costantemente sul sito di Agrodolce e sui social. A seguire le pizzerie che hanno aderito fino ad ora:

  1. 180g Pizzeria Romana | via Tor de’ Schiavi, 53
  2. 91 bis | via della Farnesina, 91
  3. Al Grottino | via Orvieto 6
  4. Exquisitaly | piazza di S. Bernardo 99
  5. Frontoni | via Assisi 117
  6. La Gatta Mangiona | via Ozanam 30,32
  7. Gazometro 38 | via del Gazometro 38
  8. Giulietta | pizza dell’Emporio, 28
  9. Magnifica | via Ugo De Caroli 72 d
  10. Moma | via Calpurnio Fiamma 40-44
  11. Osteria di Birra del Borgo | via Silla 26a
  12. Pro loco Pinciano | via Bergamo 18
  13. Sant’Alberto| via del Pigneto 45
  14. Sbanco| via Siria 1
  15. Seu Pizza Illuminati | via Angelo Bargoni 10-18
  16. Spiazzo | via Antonio Pacinotti 83
  17. Pizzeria di Quartiere | Pietralata
  18. Lievito | Via Andrea Doria, 16
  19. Passetto | Piazza di S. Apollinare, 4
  20. Casette di Campagna | Via di Affogalasino, 40

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A tenere alta la bandiera del binomio perfetto, quello tra pizza e birra, ci sarà Lisa, la nuova lager di Birra del Borgo, sponsor dell’evento. Anche le Farine dei Molini Pivetti hanno deciso di sostenere l’evento a marchio Agrodoce, organizzato in collaborazione con Repubblica Sapori e Greenstyle.it

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