Supplì al telefono alla romana

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Suppli al telefono alla romana

Una mancanza gravissima non avere in questo sito la ricetta dei Supplì al Telefono alla Romana. Ce ne siamo accorte quando Risate e Risotti ci ha invitato ad un contest sulla pubblicazione di Supplì, SuppliTIAMO dove chiunque poteva partecipare alla realizzazione di uno degli street food più amati. Ovviamente c’era spazio alla fantasia, ma noi non potevamo proprio non pubblicare il Supplì per eccellenza, quello che non si trova più, anche perchè non a tutti è gradito il sapore leggermente ferroso delle regaglie di pollo.

La ricetta che vi propongo è tipica della cucina di mia mamma. Questi sono i suoi Supplì, quelli che conosco da sempre. Lei faceva questo sughetto con cui, tra l’altro, condiva le fettuccine fatte in casa. Infatti, ne faceva sempre in abbondanza, anche perchè ridurre in piccoli pezzetti le regaglie di pollo, vi assicuro, non è cosa cosi semplice! Quindi se vi cimenterete e gradite il sapore del sugo di regaglie, fatene di più e provatelo con le fettuccine.

Un po' di storia...
La prima testimonianza scritta risale al 1847 dove appare nel menu di una trattoria romana, la “Trattoria della Lepre”. Venivano, poi, venduti per strada fritti su grandi “callari” e serviti bollenti durante le fiere o per qualche ricorrenza. Nel libro “La Cucina Romana” di Livio Jannattoni c’è una curiosa citazione: “Nel giungo 1927, durante un suo soggiorno parigino, Sibilla Aleramo va a trovare James Joyce. Quest’ultimo era stato un’anno a lavorare a Roma, faceva l’impiegato di banca e parlava molto bene italiano. Durante la conversazione con la Aleramo, Joyce ricordava le rosticcerie romane e i supplì di riso. Di quelle particolari rosticcerie, allora sopratutto friggitorie, Roma non ne ha più ormai, da molti anni. Né le trattorie, i ristoranti, che tanto debbono alla nostra cucina, hanno mai sentito il piacere-dovere, salvo rarissime eccezioni, di riproporre questa tipica specialità romana, che Joyce conservava ancora vividamente nel retrogusto dei ricordi”. Fino agli anni Cinquanta, c’era un “Supplittaro”in via S. Andrea delle Fratte, al Bufalo. Da quando chiuse i supplì sparirono un po’ ovunque per tornare poi spinti dalla moda del momento. Giggi Fazi, lo chef della Dolce vita nei pressi di Via Veneto, li riportò tra gli antipasti “Reggheno da soli er posto de l’antipasti” diceva, e “pònno regge pure er posto del primo piatto”. C’è un testo sicuro, per conoscerli bene, e abbastanza da vicino, “La Cucina Romana”, di Ada Boni del 1929. La ricetta risale ad anni in cui le tradizioni romane si conservavano ancora abbastanza intatte.

SUPPLI AL TELEFONO ALLA ROMANA

  • 500 g di riso
  • 200 g di interiora di pollo (gricile, cuore e fegatini)
  • 2 uova sbattute
  • 500 ml di passata di pomodoro
  • 50 g parmigiano
  • 150 g di mozzarella
  • sedano carota, cipolla
  • olio extravergine di oliva
  • mezzo bicchiere di vino bianco
  • sale e pepe

Per la frittura:

  • Olio di semi di girasole
  • 2 uova
  • farina bianca e pangrattato.
Ingredienti per circa 16 supplì

interiora di pollo

 

Preparazione dei Suppli al telefono alla romana

Preparazione

  • Fate soffriggere nell’olio il sedano, la carota e la cipolla a tocchettini, aggiungete le interiora di pollo tagliate a pezzetti piccolissimi. Fatele soffriggere e poi aggiungete il vino bianco.
  • Sfumato il vino, aggiungete il pomodoro, il sale e il pepe. Fate andare il sugo per almeno un’ora a fuoco basso.
  • Per la cottura del riso utilizzate lo stesso sugo, allungandolo con acqua calda. Quindi versate il riso nel sugo di regaglie e mescolate.
  • Mentre portate a cottura il riso continuate a mescolare e ad aggiungere acqua calda quando necessita. Il riso alla fine deve risultare cotto ma non al dente (la cottura è importante).
  • Regolate di sale poi versate il parmigiano e mescolate bene.
  • Versate ora il riso su un vassoio basso per farlo raffreddare e rapprendere un poco. Quando il riso sarà freddo aggiungete le due uova sbattute, mescolate bene e iniziate la formazione dei suppli. Ci vogliono circa 80 g di riso cotto per ogni supplì (i supplì alla romana sono piuttosto grandi), dove al centro inserirete la mozzarella. Richiudetelo perfettamente, passatelo nella farina, nell’uovo sbattuto e poi nel pangrattato.
  • Finiti i suppli teneteli in frigo almeno per un paio di ore prima di friggerli (mi sono venuti circa 16 supplì).
  • Portate l’olio di arachidi a 170° all’inizio, poi fate scendere la temperatura a 160° per permettere al calore di arrivare al cuore del suppli e far sciogliere la mozzarella.

Cottura dei Suppli al telefono alla romana

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Pizza di Pasqua Dolce Portodanzese

Pizza di Pasqua Dolce Portodanzese

Pizza di Pasqua Dolce

Quest’anno avremo una Pasqua insolita, una Pasqua lontana dai nostri cari, ma non per questo dobbiamo allontanare da noi la voglia di festeggiare e condividere, con la nostra famiglia, la Pizza di Pasqua Dolce  Portodanzese.

Di ricette di Pizze di Pasqua Dolce ce ne sono molte, sono tutte ricette tramandate che si perdono nella notte dei tempi, quando fare queste Pizze era un po come essere un alchimista. Dentro ci mettevano una serie di aromi, liquori alle erbe, rosoli e spezie da rendere queste pizze cosi profumate da ricordare proprio la primavera. Farle non è semplicissimo, perchè si tratta di Pizze molto pesanti che richiedono tanti ingredienti come burro, molte uova, farina, lievito madre, tanto zucchero, canditi, uvette…insomma per far crescere sta pizza ci vuole un miracolo o una grande maestria. Non dimentichiamo poi le lunghe ore di lievitazione, prima del lievito di rinforzo e poi l’ultima con tutti gli ingredienti. In questo frangente di quarantena certo, il tempo non ci manca, e potremmo tranquillamente attendere, ma molte volte tutto ciò scoraggia nell’impresa.

La ricetta che ho scelto per voi e per me, anche io preoccupata da tanto lavoro, è stata presa da un libro a noi di Laziogourmand, molto caro: “Le ricette dei Nonni, Piatti Tradizionali della Cucina Portodanzese” a cura di Andrea Mingiacchi che molto gentilmente ce lo ha donato.

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Si tratta di una Pizza di Pasqua Dolce molto semplice, senza pasta madre che ho realizzato benissimo in poche ore. Molto dubbiosa sulla riuscita mi sono ricreduta appena sfornata e non vi dico all’assaggio: è deliziosa. La classica Pizza Dolce che alla mattina della colazione di Pasqua si mangia con sopra un paio di fette di Corallina.

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La scelta di questa ricetta non è stata soltanto dettata dalla semplicità e velocità, ma anche dal titolo “Le Ricette dei Nonni“…mai come in questo momento mi è sembrato doveroso omaggiare una categoria che ha pagato il prezzo più caro durante questa epidemia. I nonni, i nostri nonni coloro che custodivano la tradizione, le ricette, la manualità, la saggezza e quell’amore sconfinato nel dare e darsi. Cari nonni che non ci siete più questa ricetta la dedichiamo a Voi ringraziandoVi di averci lasciato il Vostro passato attraverso le ricette.

  • 1 k di farina 0 o 00
  • 400 g di zucchero
  • 300 g di latte
  • 300 g di burro
  • 25 g di lievito di birra (sciolto in mezzo bicchiere di acqua tiepida con un cucchiaino di zucchero)
  • 4 uova 65 g di uvetta passa
  • 50 g di arancia candida
  • 100 g di cioccolato fondente spezzettato grossolanamente
  • 1 bustina di vaniglia o un cucchiaio di vaniglia liquida
  • 1 cucchiaio scarso di cannella in polvere
  • 1 tazzina da caffè di liquore all’amaretto
  • la scorza grattugiata di un arancio
  • la scorza grattugiata di un limone
Ingredienti
  1. Mettete a rinvenire l’uvetta in poca acqua.
  2. In una ciotola preparatevi gli aromi e la frutta secca: mettete l’uvetta rinvenuta, i canditi, la cannella, la vaniglia e le scorze grattugiate e mescolate bene.
  3. Fate la fontana con la farina su una tavola di legno e fondete il burro.
  4. In un ampio recipiente rompete le uova, mescolatele bene con le mani (così cita la ricetta) e aggiungete il latte, il burro sciolto e il contenuto della ciotola con aromi e frutta secca, lo zucchero, il liquore di amaretto e il lievito di birra sciolto nell’acqua e zucchero. Mescolate bene e aggiungete, un poco per volta, la farina sempre mescolando con le mani (o un cucchiaio di legno o un leccapentole) deve risultare un composto morbido ma compatto (io ho avuto la necessità di aggiungere altra farina ma sempre facendo attenzione a mantenere l’impasto morbido).
  5. Ultima cosa che metterete sarà la cioccolata fondente facendo attenzione, durante la manipolazione, a farla ben inserire nell’impasto. Lavorate poco da questo momento perchè altrimenti si scioglie con il calore delle vostre mani.

Imburrate e infarinate, MOLTO BENE, le teglie (io ne ho preparate 2: una più piccola di 18 cm parte alta e 14,5 cm parte bassa con altezza bordo 8 cm; l’altra più grande di 24 cm parte alta, 20 cm parte bassa e bordo alto sempre 8 cm) e adagiate all’interno l’impasto facendo attenzione a riempirlo poco più di metà cosi da lasciare spazio sia per la lievitazione, che per la cottura. Per favorire la lievitazione ho utilizzato una delle due vaschette del lavandino chiudendo il tappo e riempendo di acqua calda non bollente fino a metà bordo delle teglie e ce le ho adagiate dentro coprendole con un coperchio di vetro o pellicola. Cosi le ho lasciate almeno 3-4 ore (potrebbe essere meno, quando arrivano al bordo, come in foto, toglietele), controllando l’acqua del lavandino dopo la prima metà del tempo, per vedere se si era raffreddata e ho rimesso altra acqua calda per la seconda metà.

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Passate le ore necessarie le Pizze saranno lievitate, ma non vi aspettate una grande lievitazione, come già detto sono piene di ingredienti che appesantiscono. Spennellatele di uovo sulla superficie e infornatele a forno già caldo a 150°C per un’ora e mezza. La più piccola era cotta dopo 1 ora e mezza la più grande l’ho tenuta per 2 ore (io ho forno a gas e ho acceso la ventola).

Lasciate intiepidire prima di sformarle cercando di sbattere un poco la teglia per farla staccare. Lasciate raffreddare completamente prima di tagliarla.

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La Falia di Priverno, prodotto unico e tipico del territorio

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Oggi vi racconto una storia legata alla nostra bellissima Regione: La Falia di Priverno, prodotto unico e tipico del territorio. Non è un pane e nemmeno una pizza è la Falia! Un delizioso involucro che può contenere di tutto e farvi sognare al primo morso.

Sono venuta a conoscenza della Falia grazie ad un giovanissimo ragazzo, un Maestro pizzaiolo e panificatore Luca Mastracci. Lui è il proprietario di una pizzeria di Priverno che si chiama Pupillo Pura Pizza ormai balzata alla vetta del successo grazie alla sua maestria nella preparazione degli impasti, alla semplicità e umiltà che traspare dai suoi occhi sorridenti.

Luca, a seguito dell’emergenza sanitaria in corso per COVID-19 ha dovuto chiudere la sua attività come tutti, ma i suoi principi di valorizzazione del territorio lo hanno dirottato, insieme al suo staff, a studiare per trovare l’impasto perfetto dell’antica ricetta della Falia. Trovata la formula magica, grazie alla sua professionalità, Luca ha girato un filmato presso Alfa Forni, un’azienda familiare specializzata nella produzione di forni a legna e gas domestici e professionali, camini e mattoni refrattari. La sede centrale di Alfa Forni è situata ad Anagni in provincia di Frosinone, altra eccellenza della nostra Regione.

Nel video Luca non solo esegue la ricetta ma racconta anche la storia di questo prodotto particolare. La Falia sembra derivi da un pane/pizza lavorato da una fornaia di Priverno di nome Lia e vista la particolare forma, la gente si chiedeva “Chi la fa questa pizza?” La risposta, di chi ne era a conoscenza, era “La fa Lia” e da qui il nome Falia. Luca, insieme al suo staff, ha cosi iniziato a proporla e distribuirla gratuitamente agli anziani di Priverno che in questo periodo di isolamento hanno difficoltà, sia ad incontrare i propri cari, che ad uscire da casa. La notizia però ha scatenato la curiosità di chi non conosceva questo pane e ne ha voluto scoprire le qualità, così la Falia si è diffusa al punto da essere venduta in zona. La sua bontà, grazie ai social, ha avuto ripercussioni tali che ora la Falia, da pane dimenticato, è diventato oggetto di curiosità non solo di giornalisti del settore enogastronomico, ma anche di panificatori amatoriali che grazie alle indicazioni del video di Luca, hanno potuto come me riprodurla a casa.

Questo video mi ha permesso di vedere lo svolgimento della ricetta e seguire i preziosi consigli di Luca. Grazie alla sua esperienza sia nell’esporre che nell’eseguire, non ho avuto difficoltà a realizzare la mia prima Falia. Con le sue dosi ne sono venute 3, due da 500 g e una un poco più grande di 650 g.

FALIA DI PRIVERNO

Preparazione di un impasto indiretto solido, una biga:

500 g farina di tipo 00 w 300-320

220 g di acqua

5 g di lievito di birra

Mescolare il tutto lasciando che l’impasto rimanga stracciato non omogeneo da lasciar riposare a 18-20°C per 20/24 ore. Il risultato dopo il riposo sarà una fermentazione della biga e non una lievitazione, quindi non crescerà.

 

Per il rinfresco:

500 g di farina tipo 1 w250

420 g acqua

20 g di sale

30 g olio extra vergine di oliva

5 g di malto o zucchero (io ho utilizzato del miele di castagno)

dosi per 3 Falie 2 da 500 g e 1 da 650 g

PROCEDIMENTO

  • In una ciotola mettete la farina tipo 1 dove dovrete spezzettare la biga fermentata. Dopo averla spezzata tutta aggiungete l’acqua lasciandone una piccola parte per far sciogliere il sale. Mescolate con una spatola, fate assorbire bene la farina e ora inserite l’acqua dove avrete sciolto il sale, poi lo zucchero o il malto e l’olio in due fasi facendolo ben assorbire. Aiutatevi ora con le mani impastando e sbattendo la massa di pasta per attivare il glutine e rendere l’impasto elastico. Ora coprite l’impasto con pellicola e lasciate riposare per 4-5 ore (io 5 ore) a temperatura ambiente di circa 20°C sempre nella ciotola, durante le quali l’impasto raddoppierà.
  • Raddoppiato l’impasto, spezzatelo per realizzare 3 Falie di circa 500 g l’una (io ne ho realizzato 2 da 500 e l’ultima poco più grande di circa 650 g). Formate 3 palle di impasto cercando di chiuderle allungando i lembi fino a formare una palla liscia per poi arrotolarla a forma ovale (guardate il video di Luca). Lasciamo lievitare 1 ora 1 ora e mezza (io 2 ore le prime due Falie e 3 ore l’ultima Falia, perchè tutte e 3 nel forno non entravano).
  • Passate le 2 ore allargate l’impasto sulla tavola dando una forma ovale ma più grande senza schiacciare le bolle della lievitazione e con il palmo della mano, messo in verticale, fate i caratteristici solchi centrali che verranno irrorati di ottimo olio extravergine di oliva prima di infornarli. Io ho messo del sale di Maldon sopra.

falia-di-priverno_preparazione

falia-di-priverno_formazione

Per chi la volesse riprodurre a casa deve portare il forno a 250-270°C e cuocere per 50 minuti. Io ho il forno a gas ed ho posizionato la teglia nella parte più alta del forno, ho acceso la ventola ed ho isolato la parte bassa, dove c’è la fiamma, con 2 teglie vicine (io ho il forno da 90 cm) per non far arrivare troppo calore. Ho portato la temperatura a 270°C ed ho lasciato le Falie dentro per 50 minuti. La più grande, la terza Falia da 650 g l’ho lasciata 1 ora. Son venute perfettamente croccanti.

Quando ho spaccato a metà la Falia, per farcirla con cime di rapa ripassate in padella con aglio, olio e peperoncino, la parte interna era ben alveolata e l’olio che avevo messo sopra i solchi era finito anche sulla poca mollica interna.

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Come vi ho appena descritto, apprezzare la Falia non è facile perché la trovate solo qui a Priverno, dove in compagnia dei Chiacchietegli, deliziosi broccoletti viola, trovi il matrimonio perfetto. I Chiacchietegli, diversi dai comuni broccoletti o cime di rapa sono più dolci senza filo e si trovano solo qui nelle aree pianeggianti del comune di Priverno, in prossimità del fiume Amaseno.

chiacchietegli

Foto presa dal web https://www.fondazioneslowfood.com/it/presidi-slow-food/chiacchietegli-di-priverno/

Sono un Presidio Slow Food e hanno una storia antica quanto sconosciuta,  i semi vengono tramandati da generazioni e chi li coltiva ormai sono pochissime persone e tutte anziane. In estate si seminano in semenzaio e durante l’inverno c’è il raccolto. Ripassati in padella con aglio, olio extravergine monocultivar Itrana e peperoncino sono il ripieno perfetto della Falia, poi se aggiungiamo la salsiccia sbriciolata raggiungiamo la perfezione. Ma la Falia si presta anche ad altri ripieni, come mortadella, prosciutto e la mozzarella di bufala locale o dolce con la crema di nocciole.

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Nel mese di marzo a Priverno si svolge la Sagra della Falia e Broccoletti ma Luca Mastracci e la sua pizzeria Pupillo Pura Pizza vi aspettano, quando tutto sarà tornato alla normalità e magari diremo che grazie al Coronavirus abbiamo avuto la possibilità di conoscere la Falia, Luca, Alfa Forni e la graziosa Priverno. Alla prossima gita!

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Luca Mastracci Pizzeria Pupillo Pura Pizza – Frosinone

Viale Giuseppe Mazzini, 220
03100 Frosinone
Tel 331/9610793
www.pupillopurapizza.it
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Aperti a Pranzo da lunedì 14 gennaio  (LUN – VEN)
Aperti a Cena da giovedì 10 gennaio (LUN – DOM)

Giorno di chiusura: martedì

Luca Mastracci Pizzeria Pupillo Pura Pizza – Priverno

Via Giacomo Matteotti, 29 – Priverno
Tel. 339 414 3148
Aperto tutti i giorni,  solo la sera

Alfa Forni

Alfa Refrattari srl

Via Osteria della Fontana, 63 – 03012 – Anagni (FR) – Italy

+39 0775-7821

+39 0775-782218

info@alfaforni.com

 

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Vermicelli al sugo di gallinella di mare

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La ricetta proviene da un libro bellissimo dove sono raccolte le ricette della cittadina di Anzio. Nel dialetto locale il còccio è la gallinella di mare. Tempo fa sbirciando in rete per cercare notizie sulla Zuppa Portodanzese,  mi sono imbattuta in un libro interessante:

LE RICETTE DEI NONNI. Piatti Tradizionali della Cucina Portodanzese –  A cura di Andrea Mingiacchi – Associazione Culturale Tre Zeri 42, 00042.

Cercando di capire dove poterlo acquistare, ho scoperto che non lo era affatto o meglio non era più possibile reperirlo presso l’Associazione Culturale  Tre Zeri. Cosi decisi di scrivere direttamente all’autore e lui fu cosi gentile da inviarmene una copia.

Il libro è ben costruito, ci sono delle bellissime foto di Anzio ma sopratutto ci sono i ricordi che, attraverso i sapori dei piatti tradizionali locali, ti riconducono a casa dei nonni quando a tavola c’erano per tutti i piatti più semplici.

Più che un libro un progetto: una raccolta di ricette tradizionali locali per tracciare la memoria di un territorio. Qui trovi la semplicità degli ingredienti e dell’esecuzione nella realizzazione di piatti saporiti e variegati con prodotti poveri.

Il mare e la terra caratterizzano i piatti di Anzio. Molti i legumi con pasta e fagioli, pasta e ceci e pasta e lenticchie. Proteine nobili che unite a rimasugli di pasta sfamavano famiglie intere.
Il mare, con la “mazzana” (pesce povero) e lo “sgavajone” una varietà autoctona simile alle gallinelle di mare, regalano sapore a minestre semplici spolverate di pecorino.

Le alici, altra fonte importante di cibo, da utilizzare sia fresche in tortini o con la pasta per primi piatti o nell’attività conserviera casalinga. Chi non faceva, o forse fa ancora, un “cugnetto” d’alici in casa? Si tratta di alici sotto sale, una risorsa che si prepara adesso da maggio ad agosto quando le alici sono più adulte.

Anche la palamita, molto meno costosa del tonno, è perfetta per la conservazione sott’olio.

Tra le tante ricette descritte, ho scelto questa dei Vermicelli al sugo di gallinella di mare,un piatto semplice ma saporito e per renderlo ancora più carico di sapore ho voluto seguire il consiglio scritto nel libro a nota della ricetta stessa:

Per arricchire il sapore del piatto, potete preparare un brodo con le rimanenze del “coccio”, utilizzandolo poi nelle diverse fasi della cottura“.

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Vermicelli ar sugo de còccio

Ingredienti per 4 persone

1 kg di gallinelle

1 kg di pomodori pachino e san marzano

320 g di vermicelli

100 g di pecorino romano

100 ml di vino binco

10 cucchiai di olio extravergine di oliva

1 spicchio di aglio

1 filetto di acciuga (consigliato)

peperoncino q.b.

prezzemolo q.b.

Lavate con cura e sfilettate le gallinelle, chiamate “còcci” in dialetto portodanzese.

In una padella con l’olio fate soffriggere per qualche minuto lo spicchio di aglio, il peperoncino e l’acciuga.

Poi aggiungete i filetti delle gallinelle e il vino, e quando l’acool sarà evaporato unite i pomodori tagliati in pezzi lasciando sul fuoco per 8-10 minuti.

A parte fate cuocere i vermicelli in abbondante acqua salata, facendo attenzione a scolarli molto al dente.

Versare la pasta nel sugo ancora in cottura, spolverare di pecorino e mantecate il tutto per un paio di minuti.

Servite in tavola adagiando i filetti sopra la pasta con del prezzemolo tritato.

N.B. La mia variante, seguendo i consigli dell’autore, è stata di utilizzare gli scarti delle gallinelle per farne un brodo insieme a sedano, carota e cipolla. Ho abbondato con l’acqua perchè il brodo saporito che ne è derivato, è stato il liquido di cottura dei vermicelli.

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Zuppa di Pesce Portodanzese di Livio Jannattoni

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Girovagando e scrutando un pò nel web ho trovato pochissime notizie su un piatto della tradizione laziale, più precisamente di Anzio: la Zuppa di pesce Portodanzese.
Come la maggior parte dei piatti tradizionali, l’origine è povera e veramente spartana. Ho scovato un paio di ricette che citano la Zuppa di pesce Portodanzese composta da pesce di paranza, prevalentemente pesce bianco (quindi senza molluschi), e verdure senza pomodoro. Dal nettare che se ne trae, dopo bollitura e il passaggio nel passaverdure del solido, si immergono avanzi di pasta per servire una saporitissima zuppa. Ho trovato anche, su un testo a me caro di Livio Jannattoni “La Cucina Romana e del Lazio”, una versione più ricca della Zuppa di pesce Portodanzese.
La Zuppa di pesce non è mancata mai nemmeno a Roma, oltre che nei centri marinari. Primo fra tutti Civitavecchia, poi Anzio e, ultima arrivata, Ladispoli. Oltre le località di grande rinomanza ittica, lungo le coste della Provincia di Latina, che già tanto sanno di “napoletanità”.
Nel 1929 nel suo ormai classico volume sulla cucina romana, Ada Boni non accoglie la Zuppa di pesce. Una trentina d’anni più tardi, allargando il proprio orizzonte geografico, in una grande carrellata sulle Zuppe di pesce italiano, includerà pure la Zuppa di Civitavecchia e quella delle coste laziali in generale. Con 9 qualità di pesce per ciascuna. Oggi si arriva al massimo a 7-8.
Arriva a 9 varietà anche la Zuppa di Pesce Portodanzese, come si ritrova in un ricettario della gastronomia marinara anziate.
Dieci varietà si riscontrano invece nella Zuppa di pesce alla romana, che Carnacina e Buonassisi hanno curato in particolare, con un testo molto lungo. E sempre con 10 qualità di pesce!
Non è stato facile, perchè non abitando a stretto contatto con mare e porti, la reperibilità del pesce è l’ostacolo più arduo da superare: ho avuto, così, l’idea di chiedere aiuto ad una collega che vive a Nettuno e che ringrazio, per avere una maggiore scelta. Con tutto ciò non ho trovato proprio le specie che detta la ricetta originale e quindi ho eseguito tre modifiche che vi dirò a breve*.
zuppadipescepassaggi
Vi descrivo la ricetta originale di Jannattoni e fra le parentesi vi suggerisco le modifiche che ho dovuto apportare per mancanza di reperibilità di alcune specie di pesce. Anche l’esecuzione della ricetta ha delle varianti ma prettamente tecniche:
Zuppa Portodanzese
Per 6 persone
200 g di seppie
300 g di polpi
1 kg di pesce per zuppa (scorfano, tracina, coccio, trance di palombo, lucerna, marmora) (*io: al posto della lucerna, che non ho trovato, ho scelto delle canocchie e al posto della marmora ho scelto un fragolino e omesso le trance di palombo)
300 g di cozze
300 g di vongole veraci
800 g di pomodori pelati
mezzo bicchiere di vino bianco
aglio, peperoncino, sale
2 alici salate
olio extravergine di oliva
500 g di pane raffermo
Tagliate le seppie e polpi, metteteli in una pentola e fateli rosolare in un soffritto di olio extravergine, aglio e  peperoncino. Versate il vino e lasciate evaporare. Aggiungete le alici salate e diliscate, i pomodori e fate cuocere, a pentola scoperta, per circa mezz’ora. Quindi mettete giù il resto del pesce (bene mondato e pulito) e pochi minuti dopo le cozze e le vongole.
Andate avanti così per un quarto d’ora. Fin quando la zuppa sarà pronta. Mettete nei singoli piatti il pane, sul quale vanno distribuite, sempre equamente le varie specie di pesce e le cozze e vongole con la conchiglia. Bagnate tutto con un sugo abbondante, e cospargete di prezzemolo. Servite immediatamente calda.
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La mia esecuzione è stata un poco più “tecnica“, rispetto all’originale: sfilettate tutti i pesci, privando i filetti di ogni traccia di spine; eliminate il carapace alle canocchie e tenete da parte gli scarti. Fate particolare attenzione allo scorfano e alle tracine, hanno delle pinne sul dorso e spine e spuntoni un pò ovunque nel caso dello scorfano. Usate prudenza nel maneggiarli, anzi eliminate il prima possibile con delle forbici le parti che possono ferirvi. I filetti dei pesci puliteli bene eliminando le parti dure e tutte le spine con le apposite pinzette. Con gli scarti, tuttipreparate un fumetto mettendo, prima, a tostarli con l’olio extravergine, quasi a bruciacchiarli, poi aggiungete 3 litri di acqua, del sedano e una carota. Coprite, fate alzare il bollore, schiumate e poi lasciate a pentola scoperta e fuoco basso, deve diventare la metà del volume. Filtrate il brodo con un colino (si chiama chinese) e schiacciate bene ciò che rimane proprio per utilizzare tutto il liquido e il sapore. In una capace pentola mettete l’aglio, il peperoncino e l’olio extravergine fate soffriggere e aggiungete le alici diliscate. Schiacciate, con i rebbi di una forchetta, le alici fino a completo scioglimento e aggiungete i polpi e le seppie a pezzi. Fate soffriggere un poco, poi aggiungete il vino bianco, fate evaporare e ora aggiungete i pelati che prima però frullerete con un minipimer. Fate bollire a fuoco basso per circa mezz’ora. Intanto tagliate i pesci a pezzi più o meno di 5 cm e passata la mezz’ora di cottura del pomodoro adagiare i pezzi di pesci senza mescolare, solo adagiati e immersi nel sugo. Fate cuocere per almeno 15 minuti e poi aggiungete le cozze (prima aperte in un tegame solo con il calore della fiamma e un coperchio) e le vongole veraci (prima lavate poi spurgate in acqua e sale e aperte allo stesso modo delle cozze). Le ho aggiunte senza conchiglia per non rompere i filetti di pesce e ne ho lasciata qualcuna per decorare il piatto. In ultimo a pentola spenta ho messo le canocchie pulite senza carapace cosi si sono cotte solo con il calore della zuppa. Ho aggiunto del prezzemolo fresco tritato a mano e servito il tutto con fette di pane casareccio tostate e grattate con un poco di aglio per profumarle.
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 Note bibliografiche:
“La Cucina Romana e del Lazio” di Livio Jannattoni – Newton Compton Editori-Tradizioni Italiane Newton
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Carciofi alla Matticella, storia e leggenda

carciofi alla matticella

Dei Carciofi alla Matticella si trovano tracce in alcuni scritti dei Gesuiti che governarono la città al tempo dello Stato della Chiesa, come pure nei racconti dei nonni, tramandati di generazione in generazione.

carciofi alla matticella

In tempi lontani, quando i lavori nel vigneto venivano eseguiti interamente con le braccia, il contadino escogitava soluzioni ingegnose per ridurre la fatica. Una di queste consisteva nel piantare alla fine dei filari delle viti (le “capocciate”) delle piante di carciofi, che non amano terreni particolarmente lavorati e consentono di non zappare la “capocciata”.

Durante la potatura delle viti, il vigneto si riempiva di potatori e di “opere” (braccianti): i potatori tagliavano i sermenti (tralci di vite) e le “opere” li raccoglievano legandoli in fascetti (matticelle) che sarebbero serviti per la cottura del pane, per il fuoco della cucina e del forno.  Quelli di troppo venivano bruciati in grossi falò, la cui cenere, sparsa tra le viti, sarebbe stata un ottimo fertilizzante.

carciofi mammole

LEGGENDA POPOLARE

Assuntina, la bella figlia di un fattore, non si accorse, mentre sorrideva contenta tra le braccia dell’amato Gliopordo, che il canestro con i carciofi, che doveva cucinare per la colazione degli operai, lasciato nei pressi di un “capanniolo” (antico sistema per reggere le viti) aveva preso fuoco, lasciando cadere nella brace i carciofi che, ormai, mostravano le foglie irrimediabilmente bruciacchiate. Per non incorrere nelle ire paterne, pensò di rimediare al disastro infilando nel cuore del carciofo, un po’ di aglio fresco che prese “dal petto del filone” (al centro dei filari di vite, da sempre coltivati con spezie ed ortaggi diversi), staccò qualche rametto di mentuccia selvatica dal “temmerone” (terrapieno/rialzo di terreno), aggiunse una buona dose di olio di oliva, franto qualche settimana prima, e li risistemò nella brace del falò.

Quando arrivarono il padre e gli operai per mangiare, li accolse con entusiasmo dicendo che quel giorno aveva preparato la colazione come un atto d’amore in omaggio alla “vite” ed ai “carciofi” che, da sempre, crescevano in simbiosi nel vigneto. Il padre della giovane, che sembrava burbero, ma in fondo aveva un cuore d’oro, accettò quell’atto d’amore ed ammise che era giusto: così come le persone festeggiavano un amore, anche la vigna che provvedeva al loro nutrimento, doveva essere festeggiata degnamente. Corse nel tinello e spillò dalla botte migliore, una “cannata” (brocca tipica) di vino fresco e beverino che quando passava nella gola era un piacere e, dato che i piaceri vanno goduti, bicchiere dopo bicchiere, quel giorno finì tra risate, brindisi e fu festa per tutti…

Il fattore stabilì e giurò che da quel giorno, il più bel filone d’uva sarebbe stato destinato a produrre vino per quell’occasione e che ogni anno la “primavera” avrebbe visto celebrato il matrimonio dei “carciofi” con la “matticella”.

Leggenda? Forse! Di fatto la “carciofolata” resta la scampagnata più bella, dove per magia sbocciano nuovi amori e i vignaioli se la ridono di chi afferma che con i carciofi il vino proprio non và d’accordo. “Chi nù ce crede che ‘o venga a provà”: per tradizione, ogni carciofo s’accompagna ad un bicchiere di vino.

LA RICETTA

Nelle normali ricette si indicano le quantità o le dosi per persona, in questo caso è preferibile non farlo, poiché di Carciofi alla Matticella se ne possono mangiare a gradimento, per cui diremo che:

Si prendono delle belle “mammole romanesche”, si asporta quasi completamente il gambo e si battono leggermente su un piano di marmo per allentarne i petali. Si riempiono con foglie di aglio fresco, foglioline di “mentuccia selvatica”, un pizzicone di sale, quindi si irrora con un abbondante dose di olio extravergine di oliva di frantoio.

I carciofi, così preparati , vanno infilati con cura, per ¾ del loro volume, nelle braci ardenti, ottenute “esclusivamente” dalle fascine di tralci secchi della vite (sermenti). La cottura che, a seconda della grandezza dei carciofi, richiede intorno alle due ore, deve essere ben controllata, spostando la posizione dei carciofi, almeno un paio di volte nella brace ben accesa, sorvegliando che non si cuociano troppo, pena una eccessiva secchezza e sapore di fieno bruciato; oppure troppo poco, pena un sapore erbaceo poco invitante. Assolutamente proibito cuocere i Carciofi alla Matticella in un camino o in un luogo chiuso, poiché la brace ha bisogno di ventilazione naturale e contribuisce a conferire a questa pietanza il suo tipico aroma.

Note

Alcuni buongustai giurano che il gusto e la morbidezza della cottura cambiano a seconda della qualità della vite da cui provengono i “sermenti”, così come la cottura effettuata in luogo chiuso renderà le foglie dei carciofi “ammanzerite”, cioè secche e dure, come dicevano i nostri nonni. E’ un punto d’orgoglio per ogni vignaiolo veliterno preparare, durante la vendemmia, il vino per la “carciofolata” e, anche se l’Enogastronomia ufficiale asserisce che i carciofi male si sposano con il vino, a Velletri i produttori di vino hanno sviluppato negli anni una notevole capacità di creare vini che si esaltano proprio con l’alta presenza di ferro del carciofo, ottenendo abbinamenti strepitosi, di cui essere fieri anche in campo internazionale.

L’olio che si usa per la preparazione dei Carciofi alla Matticella deve essere rigorosamente di frantoio e dell’ultima raccolta, ricco di profumi vegetali, sapidità e morbidezze; cocendo sulle braci deve sviluppare profumi “paradisiaci”. Sarà bravura di chi cuoce i carciofi lasciare che una parte dell’olio rimanga prigioniero delle sue foglie per permettere al commensale, quando lo gusterà, di appoggiarlo sopra una fetta di pane casereccio e, foglia dopo foglia, lasciare che l’olio scenda sulla fetta di pane, mescolando il suo colore verde a quello del carciofo.

Arrivati al “culetto”, ossia al cuore del carciofo, il fortunato degustatore dovrà stringerlo sul pane ed assaporare questa armonia di odori e di sapori.

carciofi alla-matticella

Riferimento storia e leggenda a cura di:

Il Consorzio SBCR (Sistema Bibliotecario per i Castelli Romani) è un ente pubblico cui aderiscono attualmente tutti i 17 Comuni dell’Area Castelli Romani: Albano Laziale, Ariccia, Castel Gandolfo, Ciampino, Colonna, Frascati, Genzano di Roma, Grottaferrata, Lanuvio, Lariano, Marino, Monte Compatri, Monte Porzio Catone, Nemi, Rocca Priora, Rocca di Papa, Velletri.

Nato nel luglio del 1997, gestisce il Sistema bibliotecario dei Castelli Romani con l’obiettivo della valorizzazione del patrimonio documentario territoriale, dedicandosi ai servizi che ne permettono la fruizione a tutti i cittadini attraverso un’organizzazione razionale, coordinata e efficiente di servizi culturali, di informazione e promozione, lettura e documentazione in genere.

Castellinforma.it, sito di divulgazione degli eventi di interesse culturale sociale e turistico dei Castelli Romani, curato dal Consorzio SBCR. Per conoscere e vivere il territorio.

Guida al Gusto dei Castelli Romani dove a pag. 28 trovate i Carciofi alla Matticella con altre informazioni. www.Visitcastelliromani.it e Facebook: https://www.facebook.com/visitcastelliromani/

Comune di Velletri

 

Altre ricette con i carciofi:

Carciofi alla giudia

Carciofi alla romana

Frittata con i carciofi

 

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LAKE FISHING TASTE EXPERIENCE PRIMA EDIZIONE LAGO DEL TURANO

lago-del-turano

Autrici: Candida De Amicis e Sabrina Tocchio

locandina-lake-fishing

Si è svolta il 24 settembre la prima edizione di LAKE FISHING TASTE EXPERIENCE, prima Edizione Lago del Turano – Una giornata dedicata al pesce d’acqua dolce e a tutta la filiera, dal pescato al cucinato – in collaborazione con il TURANO RESORT, sul Lago del Turano.

L’evento è stato organizzato dalla neo-nata Delegazione Rieti dell’APCI Lazio, guidata dal Presidente Nicola Gallo e dalla Chef Designer Fabrizia Ventura, ed ha come obiettivo far conoscere e valorizzare le professionalità presenti sul territorio.

Chef Fabrizia Ventura e Chef Nicola Gallo, Presidente APCI Lazio delegazione Rieti

Una giornata insolita alla scoperta del pesce di lago, alle sue carni delicate e ai piatti sapientemente cucinati tutti da scoprire.
L’arrivo al bellissimo Turano Resort, ci ha lasciato senza fiato con la sua hall con affaccio sul lago. Un caffè con vista lago dove si rispecchia nelle verdi acque, Castel di Tora. 

Il giro del lago sulla barca a vela è stato inaspettato ma auspicato vista la giornata, infatti presso il molo, ad attenderci c’era la barca a vela Mirtilla. La navigazione dolce e silenziosa ci ha condotto al centro del lago dove, gettata l’ancora abbiamo assistito al recupero delle reti con il pescato del giorno: lucci, brema, aspio, gamberi e persici reali.

pesca-lago-turanoAl ritorno presso il Resort, il pesce è stato pulito e sfilettato abilmente da Tonino Pandolfi, pescatore e proprietario della Trattoria del Pescatore a Colle di Tora e cucinato dallo chef Mohabbat Bapare.

pranzo-di-lago
Prosciutto di trota salmonata, Crudo di persico reale;
– Ravioli di pesce di lago su crema di fagioli pisello, Taglierini con trota salmonata e lime;
– Coregone all’amatriciana su purè di patate sono stati i piatti degustati guardando il lago.

chef-apci-rieti

La giornata è continuata in cucina con gli Chef APCI Lazio, per creare un nuovo menu con pesce di lago. La Chef Designer Fabrizia Ventura ci ha mostrato una presentazione artistica del crudo di lago.

Al termine della giornata la cena con il crudo di lago e i piatti preparati dallo Chef Nicola Gallo e dalla brigata in combinata APCI LAZIO e TURANO Resort.

Il presidente APCI Lazio, Delegazione Rieti, Nicola Gallo ha preparato:

Maccheroni rigati su crema di Peperone di Pontecorvo D.O.P. con dadolata di luccio, aglio, olio, peperoncino e timo limonato

maccheroni-rigati-su-crema-di-peperone

Fabrizia Ventura, Chef Designer CooK Design ITALY, ha stupito i presenti con una delle sue coloratissime creazioni a base di crudi:

  • Tris di crudo di lago e giardino di verdure croccanti
  • Carpaccio di luccio marinato all’aceto di mele, olio EVO, semi di papavero, erba cipollina (evocazione del Tirolo)
  • Tartare di persico in cetriolo con mandarino, limone di Amalfi e zenzero (Evocazione di Costiera Amalfitana)
  • Tartare di coregone all’olio Evo e sale al tartufo bianco (Evocazione d’autunno)
    Salse allo yogurt portulaca e mentuccia all’olio Evo (Evocazione Mediterranea)

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Fabio Piscicchia, F&B manager Turano Resort, ha preparato:

  • Filetti di persico fritto con farina di mais al mandarino.

filetti-di-persico-fritto

Il pesce di lago  possiede molti elementi nutrizionali ed è digeribile. Ha un sapore delicato e poco sapido per via dell’habitat costituito da acqua dolce. I pesci d’acqua dolce hanno un costo decisamente più contenuto rispetto a quelli di mare; sono ricchi di Omega 3, vitamine, sali minerali.
Il pesce di lago deve avere un’etichetta obbligatoria che riporti la denominazione della specie, il luogo di pesca o di allevamento e il lotto. Sull’etichetta deve essere indicato anche se il pesce è pescato o allevato.

pesce-pescato-e-sfilettato

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Per l’acquisto del Pesce di Lago contattare:

Tonino PandolfiVia della Gioventù – Colle di Tora, Rieti

Per un meraviglioso soggiorno sul Lago del Turano nel Turano Resort contattare:

Fabio Piscicchia, Via Parodi 93 -02020 Colle di Tora – Tel. +39 0765 1893586 

Email: prenotazioni@turanoresort.it

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Un ringraziamento, da parte di Laziogourmand, a tutti i partecipanti alla prima edizione del Lake Fishing Taste Experience e in particolare alla Delegazione Rieti APCI Lazio, al suo Presidente lo Chef Nicola Gallo e alla Chef Designer Fabrizia Ventura per la bellissima esperienza e la piacevole scoperta del pesce di lago in cucina!

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Uova in trippa, sì! Ma alla romana!

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Le uova in trippa! Una bontà! Uno di quei piatti così semplici dei quali ce ne stiamo completamente dimenticando, ma che portano gioia in tavola. Semplici ingredienti sempre presenti in casa, velocità d’esecuzione e palato felice! 

E se Giaquinta aggiunge “alla romana” alla ricetta, Ada Boni le reputa di gran lunga più buone delle francesi Oeufs à la tripe, peraltro fatte con uova sode, sugo e besciamella!! Qui siamo in tripudio di sapore genuino! Il nome deriva dalle striscioline delle frittatine che venivano condite con sugo e… per ingannare ancora di più il palato, il piatto veniva insaporito con foglioline di menta e pecorino o parmigiano. La ricetta affonda le sue radici nella cucina povera romana.

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Spaghettoni con la colatura di alici, ricetta tradizionale di Anzio

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Gli Spaghettoni con la colatura di alici, una ricetta buona e semplice della tradizione di Anzio, recuperata da Manaide, il laboratorio di conserve ittiche di Anzio.

La produzione della colatura di alici, ha origini lontane nel tempo. Vanta una nobile discendenza dal Garum, la salsa di pesce tanto amata dai Romani; Apicio, nel De re coquinaria, suggerisce in gran parte delle sue ricette, con la specifica funzione di salare le vivande.

La colatura nasce dal processo di maturazione delle alici sotto sale, metodo che i pescatori utilizzavano per conservare le alici, ricavandone anche un saporito condimento.
Sembra che la produzione della colatura di alici sia stata recuperata dalle sapienti mani dei monaci cistercensi Amalfitani. Gli abitanti di queste terre ne impararono poi la tecnica. L’antico procedimento, tramandato di padre in figlio dai pescatori di Cetara, è tuttora seguito da molte famiglie del piccolo borgo della costa amalfitana. Nel 1700, con l’arrivo dei pescatori dal napoletano e dal basso Lazio nel piccolo borgo di Anzio, la pesca divenne stabile  si sviluppò una intensa attività di conservazione del pesce.

Le acciughe vengono pescate ancora usando il metodo secolare del “cianciolo” (rete e lampara), nei pressi della costiera amalfitana per la colatura di Cetara, nel triangolo Anzio Ponza Civitavecchia per quella di Anzio. Le acciughe vengono “scapezzate” (viene tolta la testa e eviscerate) a mano; dopo 24 ore di riposo sotto sale vengono sistemate nel “terzigno”, usando la tecnica “testa/coda“, alternate a strati di sale. Il contenitore viene poi coperto con il “tompagno“, un disco in legno, sul quale si collocano dei pesi, generalmente pietre marine.

La pressione e la lenta maturazione delle acciughe fanno affiorare un liquido in superficie che sarà la base della colatura. Raccolto in contenitori e esposto al sole nei mesi successivi, maturerà e sarà pronto per la fase finale di produzione. Il liquido tornerà nuovamente nel “terzigno” con le acciughe in maturazione, attraverserà lentamente i vari strati arricchendosi di profumi e sapori, migliorando le caratteristiche organolettiche. Solo adesso potrà essere recuperato; con un attrezzo chiamato “vriale”, grazie ad un foro presente nella piccola botte e trasferito in un altro recipiente. Il prezioso liquido dal colore ambrato e dal gusto deciso e di grande sapidità è pronto.

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E voi siete pronti per la ricetta degli Spaghettoni con la colatura di alici?
La scelta degli ingredienti in questo piatto  così semplice è fondamentale, la qualità dei pochi ingredienti necessari, faranno la differenza.
Ho scelto eccellenze del nostro territorio: Colatura di Alici di Anzio Manaide, salsa antica dallo straordinario profumo e dal sapore deciso; olio extravergine di oliva Olivastro Quattrociocchi e spaghettoni del pastificio artigianale LAGANO. Protagonista di questo piatto è la colatura di alici, l’olio e la pasta sono due importanti comprimari.

Rapida l’esecuzione, grande bontà e costi contenuti usando prodotti di grande qualità: 2,85 euro a porzione!

Spaghettoni con colatura di alici di Anzio

Ingredienti per 4 persone

g 400 di spaghettoni Lagano
g 40   di colatura di alici Manaide
g 60   di olio extra vergine di oliva Olivastro Quattrociocchi
2 spicchi di aglio
peperoncino
prezzemolo

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Cuocere gli spaghettoni in abbondante acqua non salata. In una ciotola mettere gli spicchi d’aglio schiacciati, un po’ di peperoncino tritato, la colatura d’alici, l’olio extravergine di oliva, un po’ di prezzemolo tritato ed emulsionare il preparato con una forchetta; aggiungere 3 o 4 cucchiai di acqua di cottura della pasta continuando ad emulsionare. Scolare la pasta al dente e versarla nella ciotola con il condimento e mantecare a crudo. Impiattare, aggiungere il prezzemolo precedentemente tritato e servire subito.

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La Crostata di Nocciola tonda gentile di Faleria

torta di nocciola gentile

torta_-nocciola-tonda-gentile

La Crostata di Nocciola Tonda Gentile è un dolce tipico di Faleria (VT).

FALERIA è un paese a 40 Km da Roma situato nella provincia di Viterbo tra la s.s. Flaminia e la s.s. Cassia. Circondata da un lato dal massiccio monte Soratte, in un territorio abbastanza conosciuto per le testimonianze storiche, Faleria si trova a soli 15 Km dall’antica Falerii Veteres distrutta dai romani nel 241 a.C.

Dal punto di vista economico, Faleria nasce con vocazione prevalentemente agricola. Le campagne circostanti sono coltivate a oliveto e noccioleto. Le tecniche di coltivazione assolutamente BIOLOGICE e la lavorazione artigianale, assicurano la massima genuinità  dell’olio e la massima qualità delle nocciole.

Quasi tutta la produzione della Nocciola, della qualità “tonda gentile” e “nocciola rosa”   è destinata alla vendita per l’industria dolciaria nazionale ed estera. Ha costituito per lungo tempo l’unica risorsa economica per gli agricoltori. Per questo motivo tutte le ricette dei dolci tradizionali del paese, che le nonne ci hanno tramandato, sono rigorosamente a base di nocciole: tozzetti – amaretti – morette – croccanti – tartufi.

nocciola tonda gentile del Viterbese

Abbiamo scelto le nocciole locali dalla produzione di Andrea Baroni. Andrea è un giovane imprenditore agricolo che, tra tradizione e futuro, si è inserito con coraggio, come tanti giovani, nel mondo dell’agricoltura. Fin da piccolo ha respirato il profumo della campagna e ne ha intuito il grande potenziale. Questo settore è in grado di dare prospettive ed opportunità, perché saldamente legato alle qualità che identificano il nostro Paese: la storia, la tradizione, il cibo. Quindi ha deciso di  fare dell’azienda agricola a conduzione familiare, situata a Sant’Angelo in Faleria e coltivata con fatica dal papà, la sua attività prevalente  con passione, innovazione e professionalità.

Andrea Baroni

Andrea conduce l’azienda, i cui i terreni sono coltivati a oliveto e noccioleto, secondo le norme che regolano l’agricoltura biologica, perché il biologico è una sua scelta di vita. Ponendo al centro dei suoi interessi il benessere, la salute dell’uomo, degli animali, della terra ha scelto un percorso biologico abbracciando e favorendo uno stile di vita sostenibile per sé e per gli altri in un’ottica di un futuro migliore per tutti. La raccolta di nocciole si fa indicativamente per tutto il mese di settembre. Alcune colture possono portare a maturazione i propri frutti già dalla seconda metà del mese di agosto. In ogni caso, per avere la certezza della maturazione delle nocciole bisogna solo attendere la caduta dei primi frutti, a questo stadio la maggior parte di essi sarà pronta per la raccolta. Per raccogliere le nocciole, fino a qualche anno fa, si procedeva manualmente. Oggi la raccolta è puramente meccanizzata e prevede l’impiego di apposite macchine raccoglitrici. La praticità di queste macchine sono le due spazzole ruotanti sul davanti, atte a radunare le nocciole cadute a terra e un grande tubo aspiratore che le convoglia ad un accessorio rotante per una prima pulitura, dividendo le nocciole da foglie, terra ed eventuali sassi.

macchina lavorazione nocciole
Dopo la raccolta vengono convogliate in una macchina pulitrice e fatte essiccare al sole per alcuni giorni per toglierne l’umidità. Poi, nelle ore notturne vengono riportate all’interno per poi riesporle la mattina seguente. In questo modo le nocciole possono essere conservate a lungo.

Vengono poi trasportate e consegnate alle cooperative di produttori. Con le organizzazioni associative già esistenti sul territorio, contribuiscono poi alla concertazione dell’offerta, al miglioramento del prodotto  e all’integrazione della filiera, operando ai primi livelli del canale commerciale.

Dal punto di vista della varietà, la nocciola  coltivata da Andrea Baroni,  è quella specifica della zona del Viterbese e quindi la TONDA GENTILE ROMANA che risulta molto apprezzata dalle industrie di trasformazione.

La ricetta proposta è tipica di Faleria e  ci è stata donata dalla mamma di Andrea, Daniela, che ha mantenuto le tradizioni familiari.

CROSTATA DI NOCCIOLE

  • 1 uovo intero
  • 1 tuorlo
  • 150 g di zucchero
  • 150 gr di burro
  • 300 g di farina
  • 1 cucchiaino di lievito Bertolini
  • limone grattugiato
Ingredienti per la base:
  • 350 g di nocciole tostate e macinate
  • 300 g di zucchero
  • 3 uova
  • 80 g di mandorle amare (o una fialetta di essenza alla mandorla)
  • 1 bicchiere di Amaretto di Saronno
  • limone e arancia
Ingredienti per la copertura

Esecuzione

Per la base si procede come per la pasta frolla classica. Per la copertura: tostate le nocciole in forno a 180° per 15/20 min. Procedete alla macinazione nel frullatore o meglio nella grattugia elettrica in modo che rimangano pezzetti piccoli di nocciole. Montate i tuorli con lo zucchero e, a parte, montate le chiare a neve. Unite al composto le nocciole e amalgamare bene, versate il bicchiere di Amaretto di Saronno, la buccia di limone e arancia grattugiata, le mandorle amare macinate (o la fialetta di mandorla amara) e, per ultime, le chiare montate a neve. Mettete la teglia in forno, già caldo, a 180/200° per 35/40 minuti.

 

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Pizza di polenta con uvetta e pinoli

Pizza polenta

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C’era una volta… e oggi non c’è più! E sì! Perché una volta la pizza di polenta con uvetta sultanina e pinoli faceva sempre capolino nel banco di esposizione del fornaio di quartiere. Con i suoi colori dorati, tempestata dei gioielli nostrani [uvetta e pinoli] faceva la sua bella figura tra una teglia di castagnaccio, di pizza rossa e di quella bianca. Tutto ci faceva venire l’acquolina in bocca!  E così ogni tanto la colazione per scuola suonava così: «Che me dai 30 lire de pizza e uvetta?».

Realizzarla è estremamente semplice, un ottimo modo per riciclare la farina di polenta avanzata, un pugnetto di pinoli e uvetta… Basta procurarsi un po’ di ricotta fresca!!

  • 300 g di ricotta
  • 300 g di farina di polenta
  • 150 g di zucchero
  • 1/2 cucchiaio di cannella in polvere
  • un pugno di pinoli
  • un pugno di uvetta sultanina
Ingredienti per una teglia di 30 cm

Preparazione della Pizza di polenta con uvetta e pinoli

L'esecuzione della ricetta della Pizza di polenta con uvetta e pinoli direttamente da Madame Ada Boni, tratta dal suo libro 'La cucina romana'
Mettere in una terrinetta la ricotta e scioglierla con un ramaiolo di acqua tiepida mescolando con un cucchiaio di legno. Quando la ricotta sarà sciolta si aggiunge lo zucchero e si mescola ancora un poco per amalgamarla bene. Si aggiunge allora un po’ alla vola la farina di polenta distribuendola con la mano sinistra, mentre con la destra si continuerà a mescolare. Man mano che il composto indurirà troppo si aggiungerà altra acqua tiepida, regolandosi di ottenere come una crema non troppo densa né troppo liquida. Si aggiunge allora la cannella in polvere e la sultanina, la quale sultanina va prima mondata e poi tenuta a rinvenire per qualche minuto in una tazzina con un pochino di acqua tiepida. Molti adoperano lo zibibbo in luogo della sultanina, ma quest’ultima è preferibile perché priva di semi. Si unge di strutto una teglia [io ho sostituito con il burro] di circa 30 cm di diametro, ci si versa il composto e su esso si seminano i pinoli. Si ultima la pizza mettendo ancora qua e l qualche pezzetto di strutto [burro] e si passa la teglia in forno di giusto calore per circa tre quarti d’ora fino a quando la torta sia bene asciutta ed abbia fatto una bella crosta dorata. Questo genere di pizza deve essere piuttosto bassa: circa un dito.

Ecco qua! Se amate un gusto un po’ ruvido, rustico, croccante e profumato, basta provarla! Sfornate

teglia-di-pizza-di-polenta

Tagliate e gustate!

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Alla prossima!!

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