Fagioli con le cotiche

Fagioli e cotiche alla romana

I fagioli con le cotiche sono un piatto tipicamente romano! Quando porti in tavola i “fascioli” co’ le cotiche… arriva subito l’allegria e in un batter d’occhio tutti dimenticano diete, gastriti, gonfiori… Prima si mangiano e poi ci si pensa! E sì! Perché almeno una volta fatemi sedere in tavola e gustarmi questa bontà senza “pensieri malsani”!!

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Frittata con i carciofi

Frittata con i carciofi1

Il carciofo soprattutto nel Lazio gode di un apprezzamento senza pari. Siamo consapevoli che esistono diverse varietà ma il nostro cimarolo o romanesco è il nostro simbolo! “A noi non ce toccate er cimarolo!” così mi ha detto ieri un pittoresco signore al Mercato Ostiense mentre li stava sistemando con cura. Tutti sappiamo che pulire un carciofo non è cosa da poco, bisogna avere “la mano”, l’esperienza perchè il carciofo ha delle foglie molto dure e di difficile masticazione. Personalmente l’ho sempre visto fare da mia madre e col tempo l’ho imparato anche io ma ho affinato questa tecnica andando a scuola di cucina dalla mia chef Necci Bertini che oltre a pulirlo ci ha insegnato a pulirlo benissimo, perchè al “cliente o commensale” non puoi dare in bocca delle cose da dover poi eliminare. Mamma invece da brava massaia lo “capava” bene ma senza andare troppo al cuore perchè sennò si sprecava troppo carciofo, per cui ero abituata a “ciancicare e sputare” ciò che era troppo asciutto. Il gusto che c’era però nel ciancicare e sputare!!!! Si poteva fare solo a casa, ovviamente!

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Castagnole sabine

Castagnole sabine

Castagnole sabine

Ogni anno a Carnevale le ricette di dolci fritti impazzano nelle rete. Chiunque ha la sua ricetta più o meno di famiglia, alcuni fanno voli pindarici per cercare di essere originali con rivisitazioni di ogni tipo ma alla fine i classici vincono su tutti. Il nostro intento è quello di farvi conoscere le ricette e le storie di un tempo, quelle scovate nei vecchi libri e nei foglietti ingialliti dal tempo e dagli schizzi delle mille fritture subite.

Per questa ricetta delle Castagnole sabine mi sono affidata a Maria Giuseppina Truni Palomba, una signora originaria di Borbona che, solo casualmente, ho scoperto grazie ad internet mentre facevo ricerche sulle origini di alcune ricette sabine. La signora Truini ha scritto un bellissimo libro di ricette che si chiama “La Cucina Sabina” (Franco Muzzio Editore).
E’ una raccolta di ricette e di racconti, piccole poesie e ritornelli insomma le sue fonti sono state l’Ente Provinciale del Turismo di Rieti, un’archivio privato di un Ristorante “La Palazzina” di Rieti e le signore, sì proprio quelle che hanno sempre cucinato “a occhio” in barba alla cucina attuale, e sono Ezia, Maria Gabriella, Enza, Severina, Rossana ed Egidia.

Ecco le prove di alcune delle “fonti” da cui la signora Truini ha tratto ispirazione per il suo libro La Cucina Sabina:

La Cucina Sabina

Queste semplici Castagnole sabine si differenziano dalle ricette attuali perchè la parte grassa della ricetta è l’olio extravergine di oliva.

Questo è il motivo della loro morbidezza che rimane anche da fredde. Di solito il burro che si usa nelle ricette comuni dà una gran fragranza da calde, ma una volta fredde diventano dure e poco gradevoli. Provatele sono semplici e anche veloci dal momento che si formano come gli gnocchi, a tocchetti. Vi riporto la ricetta originale del libro e fra parentesi vi allego le mie modifiche

3 uova 3 cucchiai di olio di oliva (io extravergine di oliva) 5 cucchiai di zucchero 1 bustina di vanillina 1 bustina di lievito in polvere per dolci la buccia grattugiata di 1 limone 1 bicchierino di rhum farina q.b. (lo so, è complicato ma l’ho pesata per voi circa 400 g) olio di oliva per friggere (io, olio di semi di girasole)
Castagnole sabine

Preparazione delle castagnole sabine 

Sulla spianatoia impastate gli ingredienti tutti insieme in modo da ottenere un composto piuttosto tenero. Mettete la pasta in un angolo della spianatoia spolverizzatelo di farina e copritela con un piatto rovesciato. Prendete ogni tanto un pezzetto e fatene dei bastoncini, come se doveste fare gli gnocchi. Tagliate ogni bastoncino a pezzetti di un paio di centimetri. Friggeteli in abbondante olio di oliva bollente (io, olio di semi di arachide). Scolateli, spolverizzateli subito di zucchero. Freddi sono più buoni che caldi.

NOTA
Nota: Come già scritto vi ho riportato la ricetta originale ma voglio aggiungere che dovete procedere al solito modo con la “fontana” di farina sulla spianatoia (non è specificato nel testo) e aggiungete tutti gli ingredienti, impastate, ma la pasta deve rimanere molto morbida quasi al limite “dell’appiccicoso”. Per far si che ciò non accada, aggiungete poca farina sulla spianatoia ma non troppa, non fatevi tentare, ne va della morbidezza del prodotto finale. Per l’olio di frittura, oggi si consiglia l’uso dell’olio di semi di girasole che ha un maggiore tenuta alle alte temperature. L’olio extravergine di oliva sarebbe il migliore ma ne penalizzerebbe il gusto e l’inevitabile pesantezza.
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IL CARNEVALE ROMANO E LA CORSA DEI CAVALLI BERBERI

carnevale romano

Théodore Géricault, Corsa dei Cavalli Berberi, 1817, Olio su carta applicata su tela, 60×45, Parigi, Musée du Louvre

Conoscete la Corsa dei cavalli Bàrberi?

E’ una tradizione che risale al Carnevale Romano, ma… andiamo con ordine.

Avvicinandosi i giorni di Carnevale nel corrente anno 1852, presso le intelligenze prese in oggetto con la suprema Autorità, è stato disposto, che abbiano luogo in tale circostanza i divertimenti delle corse, de’ festini e de’ cosi detti veglioni. Si è permesso ancora l’uso degli abiti da maschera… Si è però proibito affatto l’uso della maschera, e qualunque contraffazione sul volto, non solo con barbe finte, ma eziandio con tinture ed altri artifizi, si di giorno che di notte, ed in qualsivoglia luogo, tanto pubblico quanto privato, inclusivamente ai teatri, ai festini ed ai veglioni suddetti. Perché poi durante i divertimenti permessi nei medesimi giorni di Carnevale sia preservata la pubblica tranquillità dello Stato della Santa Sede Apostolica, e sieno mantenuti in ogni modo il buon ordine e la decenza, V.S. Illma e Rma sarà per adottare tutte quelle disposizioni, e tutti quegli ordini ch’Ella nella sua sagacità e prudenza credere a ciò opportuni e necessari….

Roma 3 gennajo 1852.
Il Vice Camerlengo della S.R.Chiesa
Ministro dell’Interno
Domenico Savelli

Il Carnevale Romano ha origini antiche che risalgono ai Saturnali, solenni feste di carattere popolare che si celebravano in onore di Saturno; nasce nel Medioevo e, durante il Rinascimento, diventa così popolare da richiamare gente che giungeva da fuori Roma per assistere ai festeggiamenti carnascialeschi che si svolgevano nelle piazze e nelle strade romane.

Il periodo di massimo splendore si ha dopo l’elezione di Papa Paolo II nel 1464; il Pontefice trasferisce la residenza pontificia a Palazzo Venezia e concentra i festeggiamenti in particolare a via Lata, l’attuale via del Corso.
Tutto il popolo era coinvolto nella celebrazione del carnevale romano con sfilate in maschera carri allegorici, tornei, giostre, la festa dei moccoletti e la corsa dei cavalli berberi (o barberi).
I Bàrberi sono i cavalli da corsa il cui nome deriva da Bàrberia, il territorio dei Bèrberi , ovvero il Marocco, l’Algeria, la Tunisia e la Libia, terre da cui provenivano gli animali migliori.
La corsa si svolgeva lungo via Lata, l’attuale via del Corso, per concludersi in piazza San Marco, l’attuale Piazza Venezia, dove i cavalli che correvano liberi, cioè senza fantino venivano ripresi.
L’avvenimento affascinava e coinvolgeva emotivamente i viaggiatori stranieri e gli artisti tanto che in molti lo hanno descritto nelle loro opere.
Goethe, che partecipò al carnevale del 1788, sottolineava la difficoltà di descrivere a parole l’atmosfera di quei giorni “una così grande e vivace massa di fenomeni sensibili dovrebbe essere percepita direttamente dall’occhio e osservata e afferrata da ciascuno a propria guisa”, e “il Carnevale a Roma non è una festa data al popolo, ma una festa che il Popolo da a se stesso. Il governo non fa nè preparativi nè spese. Non illuminazione non fuochi artificiali, non processioni splendide, ma un semplice segnale che autorizza ciascuno ad essere pazzo e stravaganti quanto gli pare e piace, ed annunzia che, salvo le bastonate le coltellate tutto è permesso”. E descrive il suggestivo spettacolo, riportato poi nel suo Viaggio in Italia, “ i cavalli, secondo l’ordine sorteggiato, vengono condotti da stallieri in costume fra le transenne erette dietro la fune… gli stallieri usano tutta la loro energia e abilità per trattenerli… finalmente la fune si abbassa e i cavalli sfrecciano via… . A Palazzo Venezia, intanto, altri stallieri aspettano l’arrivo dei barberi entro un recinto chiuso dove li agguantano e li imbrigliano con perizia”.

carnevale romano

Théodore Géricault, Corsa di cavalli, 1816-1817. Olio su tela, 59,5×44,5, Baltimora, Walters Art Gallery

Alessandro Dumas, nella seconda metà dell’Ottocento, così descrive il clima di attesa e di euforia che si creava intorno all’attesissima corsa del carnevale romano : “I pedoni si addossano al muro dei palazzi, poi si ode lo scalpitio di molti cavalli ed un rumore di sciabole sguainate. Una compagnia di gendarmi percorre al galoppo e in tutta la sua lunghezza il corso, per far posto ai Barberi. Quando la compagnia arriva davanti a Palazzo Venezia, la detonazione di un’altra batteria di mortaretti annuncia che la strada è libera. Così subito, in mezzo ad un clamore immenso, generale, inaudito, si vedono passare come ombre sette od otto cavalli eccitati dalle grida di 300.000 spettatori e dalle castagne di ferro…”

Molti autori Goldoni, Belli, Gogol, Andersen, Dickens e tanti altri cercarono di restituire il clima di euforia collettiva che si respirava a Roma durante il Carnevale. Ma furono certamente gli artisti quelli che riuscirono a rendere con maggiore efficacia, i momenti salienti della festa, dalle mascherate, agli appuntamenti immancabili delle corse dei berberi, alla festa finale dei “moccoletti” e a trasmettere il clima di festa attraverso i loro dipinti.

Una attenzione particolare la voglio dedicare a un artista che a Roma scoprì l’energia vigorosa di Michelangelo, la carica rivoluzionaria e l’accentuato realismo di Caravaggio, l’equilibrio e l’armonia di Raffaello: Théodore Géricault, autore di un’opera grandiosa e drammatica, “La zattera della Medusa”.
Nel periodo romano Gricault esplora le antichità ma viene soprattutto colpito dalla vita quotidiana, dalle feste, dagli uomini, dalle donne e studia gli artisti del Rinascimento. Nascono da questi interessi i bozzetti della corsa dei cavalli Barberi. Uno si distingue nettamente da tutti gli altri. Si tratta della Cattura di un cavallo selvaggio nella campagna romana.

carnevale romano

Théodore Géricault, Cattura di un cavallo selvaggio nella campagna romana, 1816. Olio su tela, 60,5×48,5, Rouen, Musée des Beaux-Arts

Il soggetto rappresenta il momento della ripresa di cavalli e trasfigurato seguendo le suggestioni del clima classicista dell’ambiente artistico romano. La scena viene proiettata nel passato in un mondo classico ideale e senza tempo. Il contrasto fra l’orizzontalità del dorso del cavallo e della porzione dipinto lasciata al paesaggio e l’inclinazione dei giovani che catturano l’animale selvaggio e cercano di immobilizzarlo trattenendolo per la testa, per la criniera, e per la coda danno una sensazione di forza e movimento alla scena in cui i personaggi e il paesaggio sullo sfondo sono tratteggiati in maniera sintetica. La lezione della pittura rinascimentale è fortemente presente.

Nella corsa dei cavalli berberi, come in molte sue opere, si fondono l’antico e il moderno, le architetture classiche, le forme michelangiolesche e gli eventi della strada nella loro contingenza.
A stento gli uomini forti e vigorosi, riescono a trattenere i cavalli. L’immagine mette in scena la tensione, la contrapposizione dei corpi, lo sforzo, la compressione dell’energia che sta per esplodere. Un dinamismo fremente, incontenibile, eccessivo secondo i canoni classici.
Il pubblico assisteva dalle tribune costruite vicino alla partenza, o lungo la via Lata o dai balconi, adornati con drappi, che davano sulla via, o dalle pendici del Pincio. Prima della partenza i barbareschi trattenevano i cavalli frementi che, al momento dello sparo, si lanciavano lungo la via per raggiungere piazza San Marco dove venivano a fatica catturati dai barbareschi.

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Théeodore Gericault, La corsa dei cavalli ribelli, la ripresa, 1817. Olio su carta apllicata su tela, 61×45, Lille, Musée des Beaux-Arts

Erano momenti spettacolari e così pericolosi che nel 1874, con l’avvento dei Savoia, si abolirono per sempre le corse, segnando così l’inizio del declino del Carnevale romano.
Durante il Carnevale di Ronciglione, a testimonianza di questa tradizione, per lungo tempo si è svolta la corsa dei cavalli a vuoto, da due anni non si corre più..

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Ravioli dolci con ricotta e cannella

Ravioli dolci con ricotta e cannella

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Ravioli dolci fritti con ricotta e cannella! La ricetta dei ravioli dolci con ricotta e cannella è della mia memoria, niente di scritto, niente libri. Solo così: per rifarla chiudo gli occhi e mi rivedo bambina nel tinello della cucina con mia madre e mia sorella. E’ il periodo di Carnevale. Avevamo all’epoca un tavolo di formica verde con la “spianatora” e il matterello incorporati. Si sfilavano dalla sede, si mettevano sul tavolo. E in un magico gioco di uova e farina…nasceva la sfoglia. Mia madre con la sfoglia era vera maestra. Ne preparava così grandi che per farle asciugare le metteva su una tovaglia sul lettone…. E quando era Carnevale cominciavo a fare la solfa: “Mamma mi prepari i ravioli fritti con la ricotta?” Già, non chiedevo frappe e castagnole… il mio debole erano proprio i ravioli. Perché ero anche io parte attiva nella ricetta…. Mamma preparava e stendeva la sfoglia, Teresa, mia sorella preparava il ripieno (… e metà se lo mangiava mentre lo preparava!) e io facevo i cerchietti di pasta con il bicchiere. E così potevo dire a papà: “Li ho fatti anche io!!”

Sembra passata una vita… o forse è passata! E così vi propongo i ravioli di ricotta e cannella della mia famiglia. Non so l’origine. So che a Roma e dintorni si preparava da sempre. Oggi un po’ meno, lasciando il posto a preparazioni più sofisticate. Ma le persone della mia generazione, che erano bambine negli anni Sessanta, se la ricordano sicuramente. Di versioni per il ripieno a casa mia se ne sono preparate diverse, a seconda di quello che ci stava in casa: ricotta, cacao, zucchero e cannella; ricotta, polvere di caffé, cannella e liquore Strega (1 bottiglia a casa ce ne stava sempre!), o la versione che vi propongo in questa ricetta, più classica come ingredienti.

E allora facciamola conoscere anche alle generazioni più giovani!

Per la pasta sfoglia:

200 g di farina 00 – 2 uova 1 cucchiaio di olio evo – 2 cucchiai di zucchero

Per il ripieno:

200 g di ricotta romana – 1 bicchierino di alchermes  – cannella quanto basta – 2 cucchiai di zucchero

Inoltre: olio di semi di arachidi per friggere e zucchero a velo per guarnire

Ingredienti per circa 20 ravioli

preparazione ravioli dolci con ricotta e cannella

Preparazione dei ravioli dolci con ricotta e cannella 

Deporre la farina a fontana. Al centro mettere le uova, l’olio e lo zucchero. Con una forchetta cominciare a sbattere un po’ le uova e incorporare pian piano la farina. Lavorare energicamente fino a formare l’impasto (come quando si fa la pasta fatta in casa). Formare una palla, coprire con un piatto e lasciare riposare una mezz’ora circa.

Stendere l’impasto con il matterello. Nel frattempo mescolare la ricotta con lo zucchero, l’alchermes e la cannella.

Con una tazza, un bicchiere, o con un coppapasta ritagliare la pasta. Riempire ogni cerchio con la ricotta condita. Richiudere e sigillare bene i bordi aiutandosi con i rebbi di una forchetta.

Scaldare abbondante olio di semi e friggere i ravioli. Scolare su carta assorbente e cospargerli di zucchero, o zucchero a velo.

 

Le maschere romane
Seppur meno note di quelle delle altre città, anche quelle romane hanno lasciato un segno nella nostra storia e tradizione: da CASSANDRINO a DON PASQUALE, dal GENERALE LA ROCCA ai più famosi RUGANTINO e MEO PATACCA. Il loro merito è quello di aver messo in risalto in maniera ironica e farsesca vizi, virtù (di meno…) del cassandrino per la ricetta dei ravioli dolci con ricotta e cannella mondo aristocratico e pontificio del loro tempo. CASSANDRINO, la cui origine è incerta, sin dal XIX secolo è considerata “maschera romana”. E’ un brav’uomo, sposato e con figlie dalle quali si fa raggirare molto facilmente, così come dalle donne che corteggia e si prendono gioco di lui. E’ sprovveduto, timido e credulone. Nasce nobile e col tempo diventa sempre più borghese, sempliciotto, fino a diventare ridicolo. Con la sua voce nasale, i suoi abiti eleganti mette alla berlina i vizi e le debolezze del mondo aristocratico e pontificio e a ergersi portavoce dei sentimenti e delle lamentele del popolo verso queste classi sociali. RUGANTINO è probabilmente la maschera più conosciuta, anche “fori le mura”, grazie alle innumerevoli rappresentazioni teatrali che ancora continuano a andare in scena. Rappresenta il popolano romano, il bullo e attaccabrighe de Trastevere, “svelto co’ le parole e cor cortello”. E’ strafottente, arrogante. Il nome proviene da “ruganza” che in romanesco significa proprio arroganza. Ma la sua arroganza si fermava alle enrico brignano al-sistina nella ricetta dei ravioli dolci con ricotta e cannella parole, i modi da spaccone lasciavano poi il posto a una persona pavida e in fondo buona e amabile. MEO PATACCA, l’altra maschera più conosciuta insieme a Rugantino, appare per la prima volta in un poema di fine Seicento a firma Giuseppe Berneri. E’ un soldato sempre pronto a scontrarsi e a raccontare bravate. Proprio dalla paga del soldato, il soldo o “patacca”, deriva il suo nome. Durante il Settecento andò praticamente nel dimenticatoio a causa della “censura” delle autorità, fino a ritornare alla ribalta nell’Ottocento grazie alla bravura e alla popolarità di due attori che lo interpretarono in teatro: Annibale Sansoni e Filippo Tacconi, conosciuto di più col soprannome de “Il Gobbo”. Il Gobbo fu autore anche di nuove storie di Meo Patacca, fortemente ironiche e mordaci soprattutto nei confronti dell’autorità ecclesiastica, cosa che gli procurò parecchi guai con la Meo Patacca nella ricetta dei ravioli dolci con ricotta e cannella giustizia! La maschera di DON PASQUALE DE’ BISOGNOSI (cognome odiato dallo stesso perché “plebeo” e non adatto a un nobile come lui!) rappresenta un uomo aristocratico, molto facoltoso, ma profondamente sciocco. Come somiglianza lo accomunano alla maschera di Pantaleone, ma sicuramente meno scorbutico, scortese e scostante. Rimane sempre incastrato dalle beffe dei camerieri e delle servette che gli fanno da contorno e nonostante faccia del tutto per poter trovare moglie riesce puntualmente a mettersi in situazioni nelle quali ne esce sempre sconfitto e beffeggiato. La maschera del GENERALE MANNAGGIA LA ROCCA fu creata da uno ‘stracciarolo’ di Campo de’ Fiori, tale Luigi Guidi. Lui stesso l’aveva inventato sulla falsariga di Capitan Spaventa per il Carnevale romano: nei panni di un generale a cavallo di un esercito che non era mai esistito, composto da straccioni, sfilava nelle vie cittadine in groppa ad un asino, o un vecchio cavallo addobbato per l’occasione. La sua caratteristica era quella di raccontare imprese totalmente inventate, con aria estremamente giocosa. Il pubblico partecipava attivamente e la rappresentazione andava avanti da Piazza del Popolo a Piazza Venezia, con botte e riposte tra il pubblico e l’attore oltre a lanci di ortaggi marci e coriandoli…
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I bocconotti con la ricotta

bocconotti con la ricotta

Rivendicata la paternità da diverse regioni del centro-sud italiane con piccole differenze fra gli uni e gli altri, i bocconotti con la ricotta restano un piatto molto diffuso nelle trattorie e nelle famiglie romane, soprattutto nel periodo di Carnevale.
Ada Boni, nel suo libro “La Cucina Romana“, annovera i bocconotti con la ricotta fra i dolci tipici della gastronomia romana defininendoli “pasticcini di pasta frolla con un ripieno di ricotta condita“.
Tipicissimo della cucina romana l’uso della ricotta e l’accostamento con la cannella è molto frequente  non solo nei dolci; i bocconotti con la ricotta risultano dei bocconcini friabilissimi di pasta frolla in cui ripieno si scioglie in bocca, avvolge il palato regalando  quel piacevole contrasto di consistenze e aroma.

I bocconotti del Molise, pur avendo l’impasto di pasta frolla come i bocconotti con la ricotta, hanno un ripieno a base di mandorle; i bocconotti calabresi sono caratterizzati invece da un ripieno di confettura o crema aromatizzata a piacere.
Ada Boni, nel suo libro “La Cucina Romana“, annovera i bocconotti con la ricotta fra i dolci tipici della cucina romana defininendoli “pasticcini di pasta frolla con un ripieno di ricotta condita“.

bocconotti con la ricotta - tipica ricetta romana

 

 

Per la frolla :
300 g di farina 0
75 g di burro
75 g di strutto
150 g di zucchero
3 rossi d’uovo
un po’ di sale
una cucchiaiata di acqua
una pizzicata di cannella
Per il ripieno :
500 g di ricotta romana pecora
150 g di zucchero
2 o 3 uova intere
1 cucchiaino di cannella
2 cucchiaiate di scorza di cedro
e arancia candita

Ingredienti per 6 persone

Note alla ricetta de I bocconotti con la ricotta: 

Ho sostituito lo strutto con il burro aumentandone un po’ la dose e anziché il 50% in peso rispetto alla farina, ne ho messo in tutto il 60%.
Ho aggiunto al ripieno di ricotta , e questo assolutamente di testa di mia, delle gocce di cioccolato…a casa non amano tanto i canditi e ho cercato di mascherarli un minimo e…ha funzionato ;-).

Due sono i procedimenti
 che Ada Boni descrive per l’assemblaggio dei bocconotti:
Una volta divisa la frolla in due parti, stesa ciascuna parte piuttosto sottile – 2 o 3 mm , si può:

1 –       adagiare su una sfoglia, distanziandoli uno dall’altro, dei “mucchietti” di ricotta;
spennellare gli spazi vuoti fra un mucchietto e l’altro con un uovo sbattuto, ricoprire con la seconda sfoglia e pigiare delicatamente fra un “bocconotto e l’altro in modo da far aderire bene i
i due strati di pasta;
tagliare con una rotella dentellata in modo da separare i bocconotti per allinearli poi in una teglia leggermente unta;
dorare con altro uovo sbattuto e procedere alla cottura.

2 –      distendere la prima sfoglia sulla placca del forno e distribuire, sempre leggermente distanziati, i mucchietti di ricotta;
ricoprire con l’altra sfoglia e procedere a cottura.
Una volta cotti e ancora caldi, dividere i bocconotti.

 

La Ricetta de I bocconotti con la ricotta

Raccogliete in una ciotola la ricotta e, mescolando con un cucchiaio per amalgamare bene tutto, unite uno alla volta tutti gli ingredienti. Tenete in frigorifero.
Preparate la pasta frolla:
versate la farina sulla spianatoia formando la fontana, unite lo zucchero, i tuorli, il burro a pezzetti a T° ambiente, il sale, la cannella ed impastate rapidamente con la sola punta delle dita in modo da riscaldare il meno possibile l’impasto.
Quando l’impasto risulta ben compatto, formate la classica palla, ricopritela con la pellicola e  lasciatela riposare in frigorifero per mezz’ora.
Procedete ora con il metodo che preferite per assemblare il tutto e cuocete in forno preriscaldato a 180° per circa 40 minuti.
Si mangiano freddi e …davvero uno tira l’altro senza pudore !

 

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